Mr. Nelson, did you kill people? «Mr. Nelson, ha ucciso delle persone?». È la domanda che rimbalza nel silenzio di una classe di piccoli scolari, da una bimbetta di otto anni al viso pietrificato di Allen Nelson, reduce dalla guerra in Vietnam, da cui in verità, dentro di sé, non è mai tornato. Shinya Tsukamoto, regista cult giapponese, è accolto con calore a Venezia. Film in corsa per il Leone d’oro, Mr. Nelson, did you kill people? parla di un conflitto di mezzo secolo fa, ma intanto risuona di tutte le guerre di ieri e di oggi.
Dal corpo a corpo ai droniShinya Tsukamoto, icona del cinema underground, nel 1989 irruppe all’attenzione dei cinefili con Tetsuo, suo capolavoro e manifesto cyberpunk estremo e memorabile.
Habitué della Mostra del cinema di Venezia, ora torna al Lido con un nuovo capitolo della sua esplorazione delle guerre e dei loro orrori. Mr. Nelson, did you kill people? (titolo originale Nelson san, anata wa hito wo koroshimashitaka?) segue Nobi (2014) e Hokage – Ombra di fuoco (2023), che ugualmente analizzavano le ferite dei conflitti. Ora si immerge ancora in quella palude di pece e sangue, portandoci in un Vietnam così lontano e così vicino e nell’America dei suoi veterani.
«Oggi le guerre si combattono con i droni, non più corpo a corpo come allora, ma così diventa tutto ancor più codardo: ci si allontana dalla possibile vittima, studiandola a distanza», riflette Tsukamoto a Venezia. «Non cambia nulla però per chi è vittima della guerra, dilaniata, ieri come oggi».
Mark Merphy in “Mr. Nelson, did you kill people?” (Foto: Biennale di Venezia) La psicoterapia della guerraMr. Nelson, did you kill people? racconta la storia vera del veterano afroamericano Allen Nelson, interpretato da giovane da Mark Merphy e da adulto da Rodney Hicks. Al fronte, nel caldo stringente della foresta vietnamita, smarrì ogni senso di umanità, come ricorda anni dopo con angoscia, parlando con il suo psicoterapeuta, un solenne Geoffrey Rush. “Una volta superata la soglia, non c’erano limiti alle nostre atrocità”.
E ancora: “All’inizio tenevo il conto di quante persone avevo ucciso, poi smisi perché erano troppe”. Tornato in patria, i demoni interiori lo attanagliano. Rush è la voce della coscienza e dell’inconscio che gli chiede ripetutamente: “Perché hai ucciso quelle persone?”.
«”Mr. Nelson, ha ucciso delle persone?”, “Perché hai ucciso quelle persone?”: già da quando i greci scrivevano opere teatrali meravigliose, queste sono domande universali che l’uomo si è sempre posto e adesso a maggior ragione visto il numero di conflitti che ci sono nel mondo», osserva Rush al Lido.
Il film si sviluppa tra presente e flashback lungo le ripetute sedute di psicoterapia di Allen Nelson. Un lento e inesorabile passar di nuovo in mezzo allo scempio perché i fantasmi allentino la morsa.
Rodney Hicks e Geoffrey Rush in “Mr. Nelson, did you kill people?” (Foto: Biennale di Venezia) Il Vietnam visto da un afroamericanoGirato in lingua inglese e in quattro Paesi, tra Stati Uniti, Tailandia, Vietnam e Giappone, Mr. Nelson, did you kill people? è un film potente che perde però forza nell’ultima parte, quando si rincorrono potenziali finali e l’intensità molla la presa.
Tsukamoto inquadra quanta mostruosità alberga nell’essere umano, tra orecchie mozzate a mo’ di trofeo e cadaveri di donne e anziani disposti in fila come esche. Ma nel cuore ottenebrato di Allen Nelson risuona il canto gospel This little light of mine (“Questa mia piccola luce, la lascerò brillare”) e quella fiammella ancora brilla.
«Quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta, mi è rimasta dentro per circa una settimana e mi dicevo che dovevo assolutamente interpretare questo ruolo perché racconta una storia che non abbiamo mai visto da questa prospettiva, quella di un afroamericano in Vietnam», ha raccontato Hicks al Lido.
«Non ci sono film su veterani afroamericani con disturbo post-traumatico da stress, è un tema poco trattato. Generalmente vediamo film eroici con un vincitore o un vinto. Quello che mi piace di Mr. Nelson, did you kill people?, invece, è che non è centrato sui soldati ma sull’umanità, su cos’è giusto e cosa è sbagliato e come facciamo a svegliarci ogni giorno, sapendo che avremo sempre la possibilità di andare avanti».