Al-Qaeda ha un capo che non fa proclami, un dirigente che non si mostra e un morto che continua a far parlare. È dentro questo triangolo che bisogna cercare di leggere l’ultima operazione propagandistica dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden. Perché il dato più interessante del nuovo filmato diffuso in occasione dei venticinque anni dall’11 settembre non è ciò che racconta apertamente, ma quello che evita accuratamente di chiarire. Da quattro anni il vertice dell’organizzazione è avvolto nell’ambiguità. Ayman al-Zawahiri è stato eliminato dagli Stati Uniti a Kabul nel 2022, ma al-Qaeda non ha mai formalizzato pubblicamente la sua morte né annunciato ufficialmente chi ne abbia raccolto l’eredità. Come scrive Small Wars Journal le valutazioni internazionali convergono da tempo su Saif al-Adel, veterano egiziano del jihad e figura storica dell’organizzazione. È considerato il leader de facto, eppure non esiste una proclamazione formale. Al-Adel non appare. Non pronuncia discorsi davanti alle telecamere. Persino la sua posizione geografica resta incerta, con ricostruzioni che negli anni lo hanno collocato soprattutto tra Iran e Afghanistan. È proprio mentre il presunto capo rimane invisibile che As-Sahab Media, l’apparato propagandistico di al-Qaeda, rimette davanti alle telecamere un altro uomo: Hamza bin Laden. Un uomo che, secondo Washington, dovrebbe essere morto dal 2019. Il figlio di Osama compare tre volte nella produzione di 52 minuti realizzata per commemorare l’11 settembre. Viene mostrato con il turbante bianco e un’arma accanto, in una scenografia che inevitabilmente richiama l’iconografia costruita per decenni attorno al padre. Il materiale potrebbe naturalmente provenire dagli archivi. Non costituisce quindi una prova che Hamza sia ancora vivo. Ma è la maniera nella quale viene utilizzato a sollevare interrogativi. Nelle produzioni jihadiste le formule religiose associate ai nomi hanno un significato preciso. Quando viene ricordato Osama bin Laden, il narratore adopera la benedizione destinata ai morti. Quando il discorso riguarda Saif al-Adel viene invece pronunciata un’invocazione riservata a una persona vivente. Con Hamza non accade né l’una né l’altra cosa.Il suo nome resta sospeso.Se fosse una scelta intenzionale, consentirebbe ad al-Qaeda di ottenere un risultato molto particolare: non smentire formalmente la versione americana sulla sua morte e, nello stesso tempo, evitare di confermarla ai propri sostenitori.

C’è poi una coincidenza che rende l’operazione ancora più interessante

Non sarebbe la prima volta negli ultimi mesi che la propaganda dell’organizzazione recupera la voce di Hamza. La sua figura sembra essere tornata utile proprio mentre il problema della successione continua a rimanere irrisolto pubblicamente.Per comprenderne la ragione bisogna guardare a ciò che al-Qaeda è diventata oggi.L’organizzazione guidata da Osama bin Laden aveva un centro riconoscibile. Il fondatore esercitava contemporaneamente autorità politica, religiosa e operativa. Raccoglieva denaro, decideva strategie, manteneva i rapporti con le diverse componenti e incarnava personalmente il marchio internazionale della rete terroristica. Quel modello è stato progressivamente smantellato. Le operazioni antiterrorismo hanno eliminato una parte significativa della vecchia leadership, mentre le articolazioni regionali hanno acquisito autonomia. Oggi diverse filiali sono in grado di finanziarsi, reclutare uomini e sviluppare campagne militari sulla base delle condizioni locali senza attendere istruzioni operative quotidiane da un comando centrale.

Come evitare che una rete decentralizzata si riduca a un insieme di organizzazioni indipendenti?

La risposta potrebbe essere contenuta proprio nel nuovo video. Saif al-Adel offre la dottrina. Hamza bin Laden offre il cognome. Il primo non compare fisicamente, ma le sue elaborazioni costituiscono una delle colonne portanti del filmato. La propaganda recupera la sua interpretazione dell’11 settembre e di altri grandi attentati contro obiettivi americani per costruire una narrazione di lungo periodo. Nella lettura attribuita ad al-Adel, gli attentati del 2001 avrebbero dovuto provocare una reazione americana capace di trascinare Washington in guerre lunghe, costose e politicamente logoranti. Da questa prospettiva propagandistica vengono riletti anche il ritiro dall’Afghanistan e altri avvenimenti successivi. Il filmato arriva inoltre a recuperare una precedente minaccia di nuovi attacchi contro gli Stati Uniti.Hamza svolge una funzione completamente diversa. Non viene utilizzato principalmente come stratega, ma come figura capace di mobilitare. Nei suoi interventi parla di una guerra contro l’Islam, invoca la diffusione del jihad e richiama la tradizione ideologica sviluppata da Abdullah Azzam durante la guerra afghana contro l’Unione Sovietica. È l’unione delle due componenti a essere significativa. Da una parte un comandante esperto che può esercitare influenza senza esporsi. Dall’altra il figlio dell’uomo che continua a rappresentare il simbolo più riconoscibile della storia di al-Qaeda. Formalizzare Saif al-Adel come emiro potrebbe invece aprire problemi difficili da controllare. La struttura dell’organizzazione prevede infatti la bay’ah, il giuramento personale di fedeltà alla leadership. Una proclamazione costringerebbe le diverse affiliate a scegliere se riconoscere il nuovo capo e, di conseguenza, il grado di subordinazione che intendono mantenere nei confronti del centro. Lasciare la questione indefinita evita lo scontro. Esiste inoltre un’altra vulnerabilità: il rapporto storico tra al-Adel e l’Iran. La permanenza del dirigente jihadista nella Repubblica islamica è stata utilizzata dallo Stato Islamico per mettere in discussione la credibilità di al-Qaeda, considerando la profonda contrapposizione ideologica tra il regime sciita iraniano e il jihadismo salafita.

Hamza non presenta lo stesso problema

Non occorre nominarlo capo, affidargli un territorio o ottenere il giuramento delle filiali. Il suo peso deriva esclusivamente dalla discendenza. Ed è probabilmente per questo che la sua eventuale morte non ne annulla l’utilità. Per al-Qaeda il tempo rappresenta infatti una minaccia ulteriore. I militanti che oggi hanno vent’anni non hanno memoria diretta degli attentati di New York e Washington. Osama bin Laden appartiene per loro a una storia conosciuta attraverso registrazioni, vecchi sermoni e materiale diffuso online. La propaganda deve quindi trasferire quel patrimonio simbolico a una generazione nuova e il figlio permette di costruire un ponte. Nel filmato il passaggio dalle parole di Osama alle immagini di Hamza contribuisce a trasformare la storia del fondatore in una sorta di continuità dinastica. Il messaggio implicito è che gli uomini possono essere eliminati, mentre la causa deve sopravvivere. Da questo punto di vista, chiedersi soltanto se Hamza bin Laden sia vivo rischia di far perdere il significato più importante dell’operazione. Washington sostiene che sia stato ucciso nel 2019 e il nuovo filmato non contiene elementi sufficienti per rovesciare quella conclusione. L’interrogativo più interessante riguarda invece la decisione di al-Qaeda di riportarlo improvvisamente sulla scena e soprattutto di lasciare volutamente irrisolto il suo status.Dietro quel volto potrebbe nascondersi la risposta dell’organizzazione alla propria debolezza strutturale. Non potendo più contare su un leader capace di concentrare nelle proprie mani l’autorità posseduta da Osama, al-Qaeda sembra distribuire le funzioni: la strategia a Saif al-Adel, l’autonomia operativa alle filiali e il patrimonio simbolico alla famiglia bin Laden. Il filmato dell’anniversario dell’11 settembre potrebbe quindi essere letto non come la prova del ritorno di Hamza, ma come un’indicazione di come al-Qaeda intenda sopravvivere. Il figlio del fondatore diventa utile proprio perché rimane sospeso tra passato e presente, tra morte annunciata e assenza di una conferma jihadista inequivocabile. Un fantasma perfetto per un’organizzazione che ha imparato a trasformare l’incertezza in uno strumento di propaganda.