Il giorno dopo la chiusura di Nova a Milano, dove si è confermata la linea del M5S «niente armi a Kiev, non ci si sposta nemmeno di un millimetro», nel Pd tira aria pessima. Non che ci si aspettasse qualcosa di diverso. Ma la kermesse milanese del M5S e il discorso di Giuseppe Conte hanno confermato il vantaggio di posizionamento dell’ex premier, sapientemente costruito nell’estate appena conclusa, nonostante la differenza di voti (il Pd ne ha il doppio) e di macchina militante. Eppure, si ragiona nel Pd, Conte è riuscito a esercitare un’egemonia. Imponendo, nel dibattito interno al campo largo, una dicotomia che rischia di essere vincente anche tra gli elettori del Pd: «Noi (M5S) siamo il partito della pace del disarmo, noi siamo i veri pacifisti».
Non solo. Conte, si ragiona sempre tra i dem, ha più opzioni. Può attaccare, può minacciare di rompere l’alleanza. «Mentre noi siamo costretti al testardamente unitari, ontologicamente impediti a fare niente». Conte, si riflette, se viene approvata la nuova legge elettorale, che si basa sul proporzionale, può perfino dire: «Sapete che c’è, io vado da solo».
[[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49194788]]
È lo scenario che, ieri, ipotizzava Lia Quartapelle, riformista dem: «L’insistenza» di Conte «contro gli aiuti all’Ucraina», ha detto all’AdnKronos, «fa pensare che sia più interessato a dividere la nostra coalizione che a fare lo sforzo di ritrovarci uniti intorno a una idea di Europa». Ben che vada, si dice tra i riformisti dem, otterrà nel programma un compresso lessicale, magare scomparirà la parola «militare» dopo «sostegno». Altrimenti tirerà la corda, disposto anche a romperla. «Lui», dice un dem, «ha una capacità camaleontica, una spregiudicatezza manovriera, che noi non possiamo avere e perciò soffriamo». Ma fino a quando?
[[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49197913]]
Di sicuro il protagonismo di Conte renderà ancora più fiammeggiante la risposta che i riformisti del Pd intendono dare il 26 settembre a Prato, dove si riuniranno per una nuova assemblea nazionale. Del resto, si nota, a Milano il bersaglio sono stati proprio loro, non più Azione di Calenda o Spazio Pubblico di Pina Picierno. Ma l’insofferenza non è solo nel Pd. «Per quanto ci riguarda» ha detto ieri al Foglio Riccardo Magi, segretario di Più Europa, «non potremmo mai stare in una coalizione nella quale prevalesse questo tipo modo di affrontare l’imperialismo di Putin».
[[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49201354]]
La linea del Nazareno resta quella di sempre: minimizzare, non polemizzare, guardare le divisioni altrui. Come ha detto Francesco Boccia, «Salvini un mese sì e l’altro anche ribadisce il suo non sostegno a Kiev votando in modo assolutamente diverso da Giorgia Meloni e da Tajani che a loro volta votano in maniera diversa tra loro in Europa, salvo puoi fare degli accrocchi nel Parlamento italiano. Da Nova non è uscito il non sostegno a Kiev ma un no al riarmo degli Stati nazionali. Conte dice agli alleati: apriamo una discussione sul ruolo della diplomazia europea perché non è mandando più armi che si rafforza il ruolo negoziale».
[[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49194839]]
Matteo Orfini invita a guardare gli atti parlamentari. «In questa legislatura e nella precedente il Pd ha sempre votato con convinzione a favore» dell’invio delle armi in Ucraina, «Schlein nel discorso dell’investitura quattro anni fa ha detto che avremmo sostenuto anche militarmente l’Ucraina, lo ha detto in ogni occasione e intorno a lei tutto il Pd». Resta da capire come si arriverà alle primarie. Se la pazienza del Pd porterà frutto o si rivelerà un boomerang.