Un filo sottile lega la memoria musicale di un’epoca d’oro alla sua capacità di animare i contesti più esclusivi della contemporaneità. I Superpop, band italiana fondata nel 2021, hanno trasformato questa intuizione in un format di successo internazionale, diventando il punto di riferimento per l’intrattenimento dal vivo nei settori della moda, del lusso e dei grandi eventi aziendali e privati.
Al centro della loro proposta non vi è la semplice cover, ma una ricerca filologica che passa attraverso l’impiego di strumenti d’epoca autentici e un’estetica visiva rigorosamente ispirata agli anni ’60 e ’70. Un insieme di eleganza, competenza e presenza scenica che permette alla band di rileggere i grandi classici italiani e internazionali con fresca energia, offrendo un’esperienza raffinata che sa incantare un pubblico trasversale a ogni latitudine, come spiegano loro stessi.
Quando lavorate su pietre miliari della musica anni ’60 e ’70, come bilanciate la fedeltà all’originale con l’esigenza di dare un tocco personale e riconoscibile?Questa è una domanda abbastanza tecnica, ma cercherò di risponderti brevemente. In primis avviene un processo di «riduzione» dell’arrangiamento per un combo come il nostro, fatto di 4 elementi e 2 voci principali. Moltissimi brani anni ’60-’70 hanno orchestre intere e sezioni fiati incise. Dobbiamo riportare tutto questo in piccolo, senza perdere l’idea del brano e delle sue parti salienti. È importante conservare elementi distintivi dell’arrangiamento per rispettare e rendere al massimo la composizione. Fatto questo ci sono due strade: una vede un’approccio fedele, sia nei suoni che nella riesecuzione di tutte le parti, all’originale, un’altra prevede che i componenti, padroneggiando in maniera magistrale lo stile dell’epoca, possano compiere qualche variazione personale sull’originale.
Noi propendiamo più per la seconda. Soprattutto tastiere e chitarra, che hanno il compito di condensare numerose parti orchestrali, si concedono licenze in stile nell’eseguirle. Anche su i suoni potremmo parlare a lungo. Conosciamo talmente bene il linguaggio da poterci permettere delle piccole libertà. Se dovessi dirti cosa ci differenzia da una cover band vera e propria è questo. Nota Bene: non significa assolutamente improvvisare a caso o arrangiare bossa nova un brano rock: questo è vietato! Ascoltarci è simile ad ascoltare una band di quegli anni suonare live, nel night di turno, quelle canzoni.
Il catalogo della musica italiana di quell’epica è a dir poco sconfinato. Con quale criterio selezionate i brani da inserire nel repertorio e come costruite il «flusso» sonoro per il pubblico?Il nostro repertorio è orientato maggiormente su brani internazionali, motivo per cui, quando andiamo a sceglierne uno italiano, lo facciamo ricercando delle peculiarità precise. Spesso gli affidiamo la funzione del «lento». Cerchiamo quindi canzoni di grande pathòs, che abbiano l’elemento della cantabilità da piano bar e che emozionino. «Maledetta Primavera» è un nostro classico, oppure per anni abbiamo chiuso lo spettacolo con «Minuetto» e «Ancora». A fianco a questi, ci sono brani italiani famosissimi in tutto il mondo, che spesso declassiamo come trash, ma invece, se suonati bene, sono grandi canzoni. Infine, solo quando suoniamo in Italia, ci concediamo qualche brano che piace a noi, un po’ più di nicchia.
I vostri show non seguono mai un copione rigido, ma si adattano all’atmosfera e alle reazioni delle persone. C’è un episodio o un evento inaspettato in cui questa capacità di improvvisazione ha completamente trasformato la serata?Diciamo che abbiamo un canovaccio base sul quale costruiamo la scaletta a seconda dei contesti. Un evento particolare non mi viene in mente, però posso riportarti un paio di esperienze. Di solito quando siamo ad eventi aziendali grandi, la scaletta rimane quella stabilita. Quando suoniamo, invece, in contesti ridotti, 20-50 persone, il repertorio è quasi tutto da costruire sul momento, guardando le reazioni della gente. Magari devi iniziare suonando piano, poi quando ti accorgi di aver catturato l’attenzione, insisti su quell’onda, cambiando ogni tanto repentinamente direzione, per non stancarli e renderti prevedibile.
Avete collaborato con brand del calibro di Gucci, Dolce & Gabbana, Valentino e Ferrari. Che tipo di sinergia si crea tra la vostra estetica vintage e l’universo del luxury e dell’alta moda?Solitamente, avendo un’estetica chiara, il brand ci chiama per come siamo. Magari vogliono organizzare una festa in quel mood, oppure l’ultima collezione si ispira ai canoni ’60-’70 e cercano una band che li supporti in quello. Sicuramente il modo in cui la moda reinterpreta quei codici è d’ispiraione per noi. Crea una lettura più contemporanea e viva. Gli abiti che indossiamo nei nostri live sono quasi sempre odierni e di grandi brand. Questo è importante per avere uno stile elegante e più autentico.
Nel vostro tour toccate tantissimi Paesi. Come reagisce il pubblico internazionale quando inserite in scaletta i grandi classici della musica italiana? Esiste un brano che cattura maggiormente il pubblico internazionale?Qui ci ricolleghiamo a quello di cui accennavo prima: ci sono tutta una serie di canzoni italiane molto famose all’estero, alle quali, il pubblico di tutto il mondo, reagisce con grande entusiasmo. Oltre alla classica «Volare», spesso eseguiamo «Gloria» di Tozzi e diverse dei Ricchi e Poveri. Anche «Ma Quale Idea» di Pino D’Angiò è diventato un classico internazionale oramai.