Ci sono dischi dal vivo che servono a documentare un concerto e altri che, riascoltati a distanza di decenni, riescono ancora a restituire il senso di un momento. Destroys Anaheim ’76 appartiene alla seconda categoria. Non perché aggiunga qualcosa di inatteso alla storia dei Kiss, ma perché li coglie in una fase in cui tutto sembra ancora in movimento: il successo è già enorme, l’immagine è ormai definita, eppure sotto il trucco e la macchina scenica si avverte ancora l’attitudine di una band che suona come se dovesse conquistarsi ogni metro di palco.

L’apertura con “Detroit Rock City” e “King Of The Night Time World” ha la potenza che accompagna i gruppi non ancora trasformati in istituzione. Qui i Kiss sono ancora ruvidi, fisici, persino sgraziati nei punti giusti. “Strutter”, “Hotter Than Hell”, “Cold Gin” e “Shout It Out Loud” hanno una compattezza costruita più sull’impatto che sulla finezza, e proprio per questo risultano ancora oggi sorprendentemente efficaci.

In questo senso, la presenza di Eddie Kramer è molto più di una nota nei crediti. Kramer aveva registrato quella serata nel 1976 e torna oggi su quei nastri per il nuovo mix, chiudendo idealmente un cerchio. Il suo nome appartiene alla storia sonora dei KISS almeno quanto alcune delle loro copertine più celebri: Alive!, Rock and Roll Over, Love Gun. Sapere che dietro questa rilettura c’è ancora il suo orecchio conferisce al progetto una coerenza rara.

La cosa migliore è che il suono non sembra voler cancellare il tempo trascorso. Non c’è il tentativo di rendere il 1976 più moderno di quanto fosse. Rimangono la grana delle chitarre, la durezza della sezione ritmica, quella sensazione di volume quasi materiale che appartiene alle grandi registrazioni rock dell’epoca. Kramer mette ordine, ma non sterilizza; illumina i dettagli senza togliere polvere alla fotografia.

E forse è proprio questa imperfezione controllata a rendere Destroys Anaheim ’76 così piacevole. I KISS funzionavano perché riuscivano a tenere insieme cose che, sulla carta, avrebbero potuto respingersi: semplicità e grandiosità, fumetto e hard rock, disciplina scenica e istinto. “God Of Thunder”, gli assoli, i momenti più teatrali sono già parte di un rituale codificato, ma non sembrano ancora gesti automatici. C’è ancora qualcosa di eccessivo, quasi ingenuo, e proprio per questo autentico.

Quando arrivano “Rock And Roll All Nite”, “Deuce”, “Firehouse” e “Black Diamond”, ciò che resta non è tanto la sensazione di assistere a una pagina di storia, quanto quella di sentire una band perfettamente dentro il proprio presente. È facile, cinquant’anni dopo, ascoltare questi brani attraverso il filtro del mito. Più interessante è provare a dimenticare per un momento tutto ciò che sarebbe venuto dopo.

Ed è forse questo il pregio maggiore del disco: restituire ai Kiss del 1976 qualcosa che la loro stessa leggenda ha finito per sottrarre loro, cioè la dimensione di una vera rock band. Prima delle celebrazioni, prima dell’iconografia cristallizzata, prima che ogni gesto diventasse parte di un repertorio riconoscibile, c’erano quattro musicisti capaci di trasformare una manciata di riff semplici in qualcosa di enorme.

Destroys Anaheim ’76 non cambia la storia dei Kiss, e non ne ha bisogno. La rende, semmai, di nuovo presente. E nel farlo ricorda che dietro uno dei più formidabili apparati visivi mai costruiti dal rock c’era una volta un gruppo che, in quella fase, sapeva ancora suonare con fame, convinzione e una quantità quasi sfacciata di energia.