Tra un mese ricomincia la scuola. Una volta tanto, anziché discutere di programmi, smartphone in classe, intelligenza artificiale, voti, vacanze e stipendi degli insegnanti, varrebbe la pena affrontare una questione preliminare: quale idea di scuola abbiamo? Che cosa pensiamo debba accadere negli anni che uno studente o una studentessa trascorrono tra un’aula e l’altra? Sono questioni legittime e sarebbe bello occuparsene, al di là delle emergenze, perché la scuola non è mai stata soltanto il luogo nel quale si imparano delle cose. Ogni epoca le ha affidato un compito, e in quel compito c’era una certa idea dell’essere umano e della società. Per Quintiliano, la formazione dell’oratore riguardava l’uomo nel suo complesso, la sua cultura e il suo carattere; per Giovanni Gentile, che con la riforma del 1923 ha lasciato un’impronta profonda sulla scuola italiana, l’educazione svolgeva il ruolo di formare la persona attraverso il rapporto tra maestro e allievo e trasmettere una cultura capace di concorrere alla formazione della nazione. Si possono discutere queste concezioni, citate a titolo esemplificativo, ma resta l’elemento comune per cui entrambe partivano da una risposta forte alla domanda su che cosa fosse la scuola. Ed è una questione che pare non essere attualmente in agenda, perché continuiamo a discutere molto di istruzione, ma raramente proviamo a dire quale debba esserne il fine. Una prima risposta è quella della trasmissione. La scuola esiste perché una generazione consegni alla successiva una lingua, una storia, una letteratura, conoscenze scientifiche, forme del pensiero. In quest’ottica, la scuola presuppone che l’insegnante sappia qualcosa che l’allievo ancora non sa e che non tutto ciò che merita di essere appreso possa dipendere dall’interesse spontaneo di chi apprende. È una concezione che resiste, ma che viene guardata con crescente sospetto quando sembra richiamare autorità, gerarchie, programmi imposti dall’alto. Eppure se una società non riesce più a stabilire che cosa valga la pena trasmettere, diventa inevitabilmente più incerto anche il fondamento della propria scuola. A questa idea se ne affianca un’altra, decisiva nella storia dell’istruzione pubblica: la scuola come emancipazione. In Italia, il riferimento inevitabile è don Lorenzo Milani, per il quale l’uguaglianza passa anzitutto dalla possibilità di impadronirsi della lingua, cioè degli strumenti necessari per capire, esprimersi e partecipare. La scuola ha senso, in questa prospettiva, proprio perché deve offrire di più a chi parte con meno. È stata una delle grandi promesse della scuola repubblicana: fare in modo che il figlio dell’operaio possa disporre degli stessi strumenti culturali del figlio del professionista. Una promessa chiarissima nella sua direzione e che deve essere mantenuta ogni anno cominciando da capo, per tutti gli studenti e le studentesse ai banchi di scuola. Esiste poi la scuola come luogo di formazione del cittadino. Dalla paideia greca alla tradizione repubblicana francese, pur dentro mondi incomparabili, ritorna l’idea che educare significhi anche preparare qualcuno a vivere in una comunità politica. È una funzione che diventa più difficile proprio mentre le società europee si fanno più frammentate e mentre la stessa idea di una cultura comune viene spesso percepita come problematica, ma la difficoltà non elimina la questione secondo cui una democrazia deve comunque chiedersi quali conoscenze, quali regole e quale linguaggio condiviso siano necessari perché persone molto diverse possano riconoscersi come cittadini della stessa comunità. Un’altra grande svolta arriva con la scuola centrata sull’allievo. Maria Montessori, John Dewey e molte pedagogie del Novecento – pur molto differenti tra loro – hanno contestato l’idea del bambino come recipiente da riempire. Imparare significa fare esperienza, esplorare, acquisire autonomia, mettere in relazione le conoscenze con la realtà. Molto di ciò che oggi consideriamo normale – laboratori, cooperazione, attenzione ai diversi modi di apprendere, valorizzazione dell’esperienza – viene da quella rivoluzione pedagogica. Negli ultimi decenni ha preso piede l’idea di scuola come preparazione al futuro professionale. Competenze, orientamento, STEM, digitale, inglese, raccordo con le imprese, ecco che una parte sempre più ampia del discorso pubblico sull’istruzione ruota intorno alla necessità di fornire ai ragazzi ciò che servirà loro nell’economia futura. È una preoccupazione necessaria, ma non neutrale, perché se l’utilità professionale diventa il criterio dominante, ogni conoscenza viene chiamata a dimostrare la propria spendibilità e ciò che non produce un ritorno immediatamente visibile rischia di apparire accessorio. E l’intera preparazione scolastica non può – oppure sì?! ne va dell’idea di scuola – essere curvata alla preparazione al mondo del lavoro. La scuola italiana oggi prova a tenere insieme tutte queste idee e a costo zero e così tra riforme, buona volontà di chi la fa, remi in barca e bastoni tra le ruote deve trasmettere un patrimonio e partire dagli interessi dell’alunno, ridurre le disuguaglianze e valorizzare i talenti, formare cittadini e preparare al mercato del lavoro, insegnare Dante e il coding, la Costituzione e l’intelligenza artificiale, educare alle relazioni, all’ambiente, alla legalità, mentre le vengono affidati anche problemi sociali e familiari che altre istituzioni faticano sempre più a governare. Inoltre, a ogni emergenza di cronaca corrisponde un nuovo compito per la scuola: educazione digitale, affettiva, finanziaria, ambientale, alimentare, stradale; orientamento, cittadinanza, benessere psicologico, contrasto alle dipendenze e alle discriminazioni. Ciascuna richiesta può avere una propria ragione, ma la loro somma non costituisce automaticamente un progetto educativo. Le questioni da porsi prima del nuovo anno scolastico, o da voltare alla classe politica che da qui a qualche mese ci chiederà voti, sono dunque più concrete di quanto sembri: quali sono le responsabilità fondamentali della scuola e quali, invece, stiamo trasferendo su di essa perché non sappiamo più a chi affidarle? Che cosa chiediamo alla scuola e con quali disponibilità di tempo, di fiducia e di denaro? Dopo un’altra estate di sudoku e parole crociate, servirebbe davvero ricominciare con il piglio giusto.
Panorama
La scuola sa ancora a cosa serve? La domanda che dovremmo farci prima di ricominciare
Originally published by Panorama — read the full article at the source →
Shown as published in the source's RSS feed. Formatting and images are simplified for readability here — follow the source link above for the original article.