Vendetta, tremenda vendetta. «Dopo il referendum, faremo i conti» aveva ruggito Nicola Gratteri, alfiere dello stentoreo diniego alla riforma della giustizia. Ha cavallerescamente deposto le armi. Inutile infierire. Tutto è perdonato. La magistratura, incassata quella straripante vittoria, sembra più potente di prima. Le correnti continuano a spadroneggiare. Gli errori giudiziari proseguono impuniti. E ogni proposito riformista del governo viene accantonato, temendo ulteriori disfatte.
L’invincibile casta dei togati è arrembante come mai. Tra qualche settimana si voterà per scegliere venti componenti del Csm, uscito clamorosamente indenne da scandali e inchieste sul mercato delle nomine. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fissato le elezioni per il 25 e 26 ottobre 2026. I gattopardi fremono. Il prossimo Consiglio superiore si occuperà di decisive nomine: dai procuratori di Milano e Napoli ai capi di antimafia e antiterrorismo.
Il voto d’autunno al Csm e l’assalto alle procure chiave
S’annunciava un epico rinnovamento. Invece, le agguerrite cordate preparerebbero l’ennesima spartizione. «Con la vittoria del No al referendum, hanno ancora una volta vinto, anzi stravinto», informa Andrea Reale, giudice a Catania e membro del direttivo dell’Associazione nazionale magistrati. Tra i pretendenti, annuncia, «ci sono segretari di corrente, esponenti di spicco di un gruppo, ex presidenti Anm». Tra i più evocati c’è Cosimo Ferri, già deputato renziano e protagonista con Luca Palamara di appassionate serate all’Hotel Champagne, dove si discuteva di cariche e intrighi.
Del resto, un degno antipastino ci sarebbe stato con la scelta del nuovo procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Andrea Mirenda, consigliere laico a Palazzo dei marescialli, durante il dibattito plenario ha parlato di «cordate esogene e gruppi di pressione». Aggiungendo: «Ci si è mossi a ogni livello, formalmente e sotto traccia». L’impallinato di turno sarebbe Sebastiano Ardita. E il presunto intrigo viene denunciato persino da Nino Di Matteo, celebre pm a Palermo e oggi sostituto procuratore della Dna. Definì «vicina al metodo mafioso» la degenerazione correntizia. Adesso riformula pacatamente: «Da cittadino, prima ancora che da magistrato, sono molto preoccupato».
Flop giudiziari, sanzioni simboliche e il miliardo concesso dal Consiglio di Stato
Tutto scorre come prima. O forse peggio, vista l’inevitabile baldanza. Anche i rovesci giudiziari degli inquisitori ridiventano fatali rischi del mestiere. Vedi proprio Gratteri, già alla guida della Dda di Catanzaro. Ultimi aggiornamenti delle sue voluminose indagini: otto condannati su sessantotto nel processo nato dalla maxi operazione «Black Wood», che ipotizzava il coinvolgimento della ’ndrangheta nella gestione di una centrale a biomasse. E poi l’ex sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, assolto dopo cinque anni. O quello che guidava Terni, Leopoldo Di Girolamo, scagionato dopo un decennio. Per non parlare, ovviamente, della solita pletora di poveri cristi.
Tutto procede placidamente. Anche gli illeciti delle toghe sono ancora giudicati dalla sezione disciplinare del Csm. La riforma prevedeva una Corte disciplinare indipendente. Era uno dei punti più sgraditi. Chi sbaglia, invece, continua a non pagare. Una rassegna delle ultime sentenze è stata appena pubblicata. Plateali violazioni, clamorosi ritardi, colpevoli omissioni. Le già rarissime sanzioni restano quasi sempre simboliche. Il magistrato tiene l’indagato in carcere quarantatré giorni oltre il dovuto? Basta una nota di biasimo. Il giudice accumula un ritardo di centottantasette sentenze? Merita comprensione. E il pm che sollecita lo stimato collega a occuparsi dell’inchiesta sull’amata sorella? O l’aggiunto che decide di archiviare sé stesso, dopo un’informativa sulle sue supposte malefatte? Archiviati. La casta dei togati non perdona gli altri, ma è sempre piuttosto benevolente con i simili.
Tutto in famiglia. Così, due mesi fa, il Consiglio di Stato ha ribaltato una decisione del Tar concedendo generosi arretrati alla già ben pagata categoria, per lo scorno degli altri dipendenti pubblici. Un miliardo, calcola Il Sole 24 ore, che peserà sulla prossima finanziaria. Poco importa. «C’è chi può e c’è chi non può» ricordava Totò. La disfida con il governo è stata stravinta. La separazione delle carriere non è passata. Nessuno oserà più sfidare gli imbattibili. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, aveva annunciato la riforma del codice penale. Ma non è aria, chiaramente.
Il fronte politico: Conte e Schlein riaccendono l’asse con i magistrati
L’anno prossimo si voterà per le Politiche. L’esito sembrava scontato. Giorgia Meloni sarebbe stata trionfalmente rieletta premier. La sconfitta referendaria è servita invece a rianimare il partito delle Procure, che ha spalleggiato giudici e pm spacciando tecnicismi per asservimenti. L’indiscusso leader, ovviamente, è Giuseppe Conte: l’avvocato del popolo diventato implacabile fustigatore. La linea viene dettata dal Fatto quotidiano di Marco Travaglio, con il suggerimento dei pm più battaglieri d’Italia. Il capo dei Cinque stelle ha già annunciato il ritorno dell’abuso d’ufficio, considerato imprescindibile dallo stesso Gratteri: «Sarà nel programma di governo del campo progressista», assicura Conte. I garantisti del Pd eccepiscono? «Non c’è più da discutere». Il Movimento, d’altronde, ha portato in parlamento gli ex magistrati Roberto Scarpinato e Federico Cafiero De Raho. Nonostante memorabili figuracce, si preparano alla prossima campagna elettorale denunciando «l’immobilismo e le passerelle» del governo nella lotta alla mafia. Solo l’eventuale ritorno dell’impavido Giuseppi a Palazzo Chigi potrebbe salvarci. Le cosche già tremano.
Anche Elly Schlein, futura contendente alle primarie, adora il tintinnio di schiavettoni. Nessun refolo di garantismo. Il Pd, ormai, è allineatissimo con le Procure. In mancanza di migliori idee, la malintesa difesa della Costituzione diventa bolsa propaganda. Per sperare nella vittoria, bisogna quindi riportare alle urne il popolo del No. Urge titillare, dunque. Prima della pausa estiva, Montecitorio ha approvato la giornata in memoria di Enzo Tortora e delle vittime di errori giudiziari. Sembrava sacrosanto, anche per ideologici e malintenzionati. Invece, i soliti noti si sono astenuti: Pd, Cinque stelle, Alleanza Verdi e Sinistra. «Immagino l’abbiano fatto per non irritare l’Anm», ha scritto Stefano Esposito, ex senatore dem assolto dopo sette anni e trentaduemila intercettazioni. «Davvero imbarazzante questa sudditanza. Non so come facciano a non provare vergogna».
Dai cortocircuiti mediatici alle carte bollate
Nemmeno l’epocale smacco imbarazza. Come nel caso della grazia a Nicole Minetti, su cui è inciampato Il Fatto. Per non parlare delle bombe contro il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Ovverosia: l’idolo giornalistico della sinistra manettara, inchieste a senso unico e discutibile pervicacia. Ecco: l’attentato sarebbe «d’amore», come assicura Paolo Mieli, e i rapporti poco ortodossi, vedi il faccendiere Valter Lavitola. Per il fraterno amico, Ranucci sarebbe stato un perfetto leader della sinistra mozzaorecchi. L’ignara Elly si era audacemente spinta ad addossare le chiare responsabilità di quell’attentato: colpa dell’illiberale destraccia italiana, ovviamente. E durante l’assemblea generale dello scorso ottobre, l’Anm aveva perfino tributato al martirizzato una standing ovation dopo il suo attacco alla separazione delle carriere.
L’eroe della resistenza catodica, però, è finito nella polvere. La segretaria piddina fischietta mani in tasca. L’associazione dei magistrati rivendica invece quel tifo da stadio: atto dovuto. La giudice Clementina Forleo osa dissentire vivacemente. Sigfrido, che ha passato gli ultimi anni a denunciare pretestuosi legulei, annuncia querela. Il metodo Report viene così sostituito da una tartufesca variante del motto nenniano: a furia di fare il puro, c’è sempre qualcuno che ti epura. A quel punto, meglio procedere speditamente con le carte bollate.