Per decenni la cosiddetta “malattia della pioggia” è rimasta quasi esclusivamente confinata nei manuali di veterinaria, dove viene descritta come un’infezione cutanea che interessa soprattutto bovini, cavalli e altri animali. Oggi, però, il batterio responsabile, il Dermatophilus congolensis, è finito sotto osservazione anche nella medicina umana: secondo l’ultimo aggiornamento del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, al 20 agosto erano state segnalate 123 infezioni in dieci Paesi europei e, soprattutto, erano emersi elementi compatibili con una trasmissione diretta da persona a persona.
Non si tratta di una nuova emergenza sanitaria e, secondo l’Ecdc, il rischio per la popolazione generale rimane molto basso. La novità riguarda piuttosto il cambiamento dell’epidemiologia di un microrganismo che, fino a poco tempo fa, veniva individuato nell’uomo soltanto in circostanze sporadiche, generalmente dopo il contatto con animali infetti o con ambienti contaminati.
I nuovi casi europei sono stati associati soprattutto a contatti molto ravvicinati pelle contro pelle, compresi quelli che possono verificarsi durante i rapporti sessuali, ma anche alla pratica di arti marziali e di altri sport di contatto. Le autorità sanitarie stanno inoltre valutando il possibile ruolo di saune, spogliatoi, asciugamani e superfici condivise, soprattutto quando l’ambiente è caldo e umido.
Che cos’è la malattia della pioggia e perché si chiama cosìIl nome scientifico dell’infezione è dermatofilosi ed è provocata dal Dermatophilus congolensis, un batterio Gram-positivo conosciuto principalmente per le dermatiti essudative che può causare negli animali. L’espressione “malattia della pioggia” deriva dalle denominazioni inglesi rain rot e rain scald, utilizzate soprattutto in ambito veterinario, e non significa che l’infezione venga trasmessa dalla pioggia.
Il riferimento nasce dal rapporto tra il batterio e l’umidità persistente, che può favorire il rilascio e la sopravvivenza delle sue forme infettive, mentre una pelle macerata, irritata o interessata da piccole abrasioni può rappresentare una barriera meno efficace. Sono proprio queste condizioni a rendere particolarmente rilevanti gli ambienti caldi e umidi, come alcune saune o strutture sportive, anche se le modalità esatte di trasmissione nell’uomo non sono ancora state chiarite completamente.
I casi di malattia della pioggia segnalati in EuropaNel rapporto aggiornato al 20 agosto, l’Ecdc indicava infezioni umane in Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. L’Italia non compariva tra i Paesi che avevano segnalato casi.
L’andamento osservato dalle autorità sanitarie suggerisce due principali contesti di trasmissione. Il primo riguarda prevalentemente uomini gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, in particolare dopo la frequentazione di luoghi nei quali possono avvenire contatti sessuali, comprese alcune saune. Il secondo coinvolge persone che praticano arti marziali o sport caratterizzati da un contatto fisico prolungato.
In Norvegia, per esempio, diversi casi sono stati individuati tra praticanti di sport da combattimento, mentre infezioni associate alle arti marziali sono state descritte anche in Spagna e in Svizzera. Le analisi genomiche eseguite su campioni provenienti da diversi Paesi hanno inoltre mostrato una stretta somiglianza tra alcuni isolati batterici, un elemento che, insieme ai collegamenti epidemiologici, sostiene l’ipotesi della trasmissione interumana.
Questo non significa, tuttavia, che il batterio abbia acquisito improvvisamente una capacità di diffusione paragonabile a quella di un virus respiratorio. Non sono emerse prove di una trasmissione attraverso i normali contatti sociali né di una circolazione estesa all’interno delle famiglie.
Come si trasmette tra le personeIl contatto diretto e prolungato tra la pelle di una persona infetta e quella di un’altra viene considerato la modalità più probabile nei nuovi focolai europei. La presenza di lesioni, abrasioni o pelle irritata può facilitare l’ingresso del microrganismo, mentre gli ambienti umidi potrebbero favorirne la persistenza.
Il contagio può avvenire durante i rapporti sessuali, ma la dermatofilosi non deve essere considerata esclusivamente un’infezione sessualmente trasmessa, perché lo stesso meccanismo può verificarsi durante un incontro di lotta, un allenamento di arti marziali o un altro sport che comporti un contatto fisico continuo.
L’Ecdc non esclude neppure una trasmissione indiretta attraverso asciugamani, indumenti, biancheria o superfici contaminate, ma le prove disponibili non consentono ancora di stabilire quale sia il peso effettivo di questa via di contagio.
Quali sono i sintomi della malattia della pioggiaNell’uomo la dermatofilosi si presenta generalmente come un’infezione cutanea localizzata e di lieve entità, caratterizzata dalla comparsa di papule, piccoli rilievi della pelle, pustole, croste, desquamazioni e lesioni simili a quelle provocate da una follicolite, talvolta accompagnate da prurito di intensità variabile. Le manifestazioni possono interessare contemporaneamente diverse zone del corpo e, nei casi europei, sono state osservate soprattutto nell’area genitale e inguinale, sulle cosce, sul tronco, sul volto e nella zona della barba.
Proprio perché poco specifiche, queste lesioni possono essere facilmente confuse con una comune follicolite o con altre infezioni dermatologiche, rendendo più difficile il riconoscimento immediato della malattia. Nei casi francesi per i quali erano disponibili informazioni dettagliate, il periodo mediano di incubazione è stato stimato in 5,85 giorni, con un intervallo compreso tra due e 22 giorni. Nella grande maggioranza delle infezioni segnalate non sono comparsi sintomi sistemici, non sono state registrate complicazioni gravi e i pazienti sono guariti completamente.
Come si effettua la diagnosi e quali sono le cureL’aspetto delle lesioni non è sufficiente per formulare una diagnosi certa, perché la dermatofilosi può assomigliare ad altre patologie cutanee. La conferma richiede l’analisi di un campione prelevato dalla lesione attraverso microscopia, coltura batterica o metodi molecolari.
In Europa non esistono ancora linee guida cliniche formali dedicate alla gestione delle infezioni umane da Dermatophilus congolensis. I casi conosciuti hanno comunque risposto bene a trattamenti antibiotici locali o per via orale prescritti dai medici e, in alcune occasioni, l’infezione si è risolta spontaneamente. L’Ecdc raccomanda ugualmente di trattare i casi confermati, anche per ridurre la possibilità di ulteriori contagi.
Chi presenta lesioni sospette dopo un contatto stretto, la frequentazione di saune o la pratica di sport di contatto dovrebbe rivolgersi al medico senza tentare terapie antibiotiche autonome.
Cosa fare per ridurre il rischio di contagioLe indicazioni dell’Ecdc prevedono misure semplici, come evitare contatti intimi o prolungati finché le lesioni non siano completamente guarite, non condividere asciugamani, abiti o biancheria, mantenere una buona igiene delle mani e del corpo e, quando possibile, coprire le aree cutanee interessate.
Il preservativo rimane fondamentale contro numerose infezioni sessualmente trasmesse, ma non può impedire completamente il passaggio del Dermatophilus congolensis, perché il contagio avviene attraverso il contatto con porzioni di pelle che possono rimanere scoperte.
Per le saune, le palestre e le strutture nelle quali si svolgono attività di contatto, l’Ecdc raccomanda una pulizia regolare delle superfici, il lavaggio dei tessuti riutilizzabili, un’adeguata ventilazione e la riduzione dell’umidità accumulata.
Nessun allarme per l’ItaliaAlla data dell’ultimo aggiornamento europeo, in Italia non risultavano casi segnalati e il rischio per la popolazione generale continuava a essere classificato come molto basso. Anche nei gruppi maggiormente esposti, l’impatto sanitario osservato è rimasto limitato, perché le infezioni sono state generalmente lievi e curabili.
Come ha sottolineato il virologo Fabrizio Pregliasco, «è importante non trasformare un fenomeno epidemiologicamente interessante in un nuovo allarme sanitario». L’attenzione delle autorità dipende dal cambiamento delle modalità di trasmissione osservate, non dalla gravità della malattia: il punto, dunque, non è temere la pioggia, ma riconoscere tempestivamente eventuali lesioni sospette e comprendere meglio come un batterio tradizionalmente legato agli animali abbia iniziato a circolare anche attraverso il contatto tra esseri umani.