Non lascia neanche il tempo di fare la prima domanda. La risposta la cova da 15 mesi: «Sono schifata! Lo Stato, il mio Stato, aiuta gli assassini e abbandona le vittime!». Magari non sempre è così. Ma ascoltando la storia di Silvia Bindella, 53 anni, beh, un po’ ti viene da darle ragione, soprattutto sulla mancanza di nesso tra certe decisioni che la politica prende come se la realtà non esistesse e la vita quotidiana dei cittadini si svolgesse in un’altra Galassia.
Il 14 maggio 2025, in un appartamento di via Bernardino Verro, zona Corvetto, Milano, una mano assassina di 15 anni, “di seconda generazione”, strangolò e colpì in testa con una lampada, uccidendola, la madre di Silvia. Maria Teresa Mereghetti, 82 anni, pensionata, per tutti in quartiere era Terry, conosceva il suo giovane carnefice e lo aveva aiutato e coccolato. Però lui pensò di ammazzarla. Un mese dopo il delitto Libero aveva già incontrato la figlia di Terry che, come se sapesse a che cosa sarebbe andata incontro, lanciò dalle colonne del nostro giornale un appello: «Non abbandonate le vittime»... E invece.
E invece, Silvia? «Da dove comincio?» Da dove vuole, il microfono è acceso per lei. Direi che è un suo diritto.
«Allora parto dal preambolo: il mio triplo dolore. Questo: ho perso la mia mamma. Non c’è più neanche il suo compagno che non ha retto alla sofferenza e si è tolto la vita. Terzo: lo Stato italiano che mi ha messo di fronte a una condizione, a una realtà, che non conoscevo: l’abbandono. Si preoccupa di proteggere e di recuperare i delinquenti e abbandona le vittime di reato».
In che senso scusi Silvia? Sembra impossibile.
«Impossibile? Vuole qualche esempio? Prendiamo il patrocinio gratuito: al 15enne che ha ucciso senza pietà una donna di 82 anni viene garantito. Alla vittima, cioè io, soltanto se tutto, ripeto, tutto, il nucleo famigliare, cioè moglie, marito, figli, ha un reddito complessivo che non supera i 16 mila euro all’anno (una bella presa per il c... ndr). Quindi avvocati, periti, eccetera li ho pagati io. Vuole sapere come ho fatto?».
Certo.
«Avevo qualche piccolo risparmio accantonato per aiutare mia figlia a coronare il sogno di iscriversi all’Università Cattolica, dove sicuramente sarebbe stata presa viste le votazioni molto alte ottenute al liceo. Con le lacrime agli occhi ho dovuto dirle che quei soldi messi da parte con tanti sacrifici-vivo di lavoro e del mio piccolo stipendio-servivano per le spese legali. Anche il supporto psicologico è offerto gratuitamente a chi ha ucciso Terry. Io, e tutti noi, ce lo siamo dovuti cercare e pagare di tasca nostra. Che cosa conta per lo Stato il dolore che ci porteremo addosso per tutta la vita? E poi, beffa delle beffe, il colpevole (lo è secondo la sentenza ndr) costerà al contribuente, cioè a chi, come me, paga le tasse, quasi 900mila euro. Vale a dire 140 euro al giorno per i 16 anni di Beccaria (carcere minorile di Milano), più uno di Rems». Davvero lo Stato non riconosce nulla alle vittime di reato? Com’è possibile?
«Ci elargisce un indennizzo di 50mila euro, da dividere tra tutti gli eredi. Pensa che siamo criceti sulla ruota che si dividono le briciole. Poi c’è la beffa del risarcimento (quello che la famiglia del condannato dovrebbe riconoscere ai famigliari della persona uccisa, ndr)».
Perché una beffa?
«Semplice. Emessa la condanna devo procedere a una causa civile, quindi altri impegni economici, per ottenerlo. Ben sapendo che tanto sarà sulla carta e non lo vedrò mai».
Perché?
«Perché la madre di questo ragazzo risulta nullatenente. Peraltro, domande laterali: viene accertato come si mantiene? E i servizi sociali che tanto si impegnano per i casi mediatici, si erano mai occupati delle condizioni e delle problematiche di quel nucleo famigliare? Avevano vigilato?».
Allora: il risarcimento è una chimera, l’indennizzo ridicolo solo a condizioni kafkiane... Ma poi chi è stato condannato per l’omicidio di sua madre uscirà dal carcere. Non potrà chiedere conto a lui?
«Lo dice anche lo Stato. Andrà a lavorare e dovrei chiedere il pignoramento del suo stipendio. Per un massimo di 200 euro al mese. Però toccherebbe a me occuparmi di sapere se avrà trovato un lavoro e dove. Praticamente dovrei ingaggiare un investigatore privato. Ma il punto che mi fa più male non è questo».
E qual è?
«Il fatto che il coacervo di leggi e regole assurde, che sputa in faccia a me vittima e si occupa del benessere di quel ragazzo, mi costringe a continuare a vedere l’assassino di mia madre, ad avere contatti con lui. Che, dopo aver ucciso una donna di 82 anni, non ha avuto neanche il massimo della pena (20 anni in questo caso). Mi creda non è soltanto uno sfogo il mio. È una situazione assurda che riguarda tutte le vittime di reato. Guardi qua in questa chat. Conti, conti, sono più di quaranta. E non abbiamo nessuna intenzione di essere abbandonate. In Italia ci sono fondi per tutte le vittime: di terrorismo, di mafia... Ma non di reato. Non va bene. Io combatterò insieme a tante altre persone che stanno vivendo sulla propria pelle, in solitudine, il proprio dolore».
Che cosa pensate che lo Stato debba alle vittime di reato?
«Il gratuito patrocinio, il supporto psicologico, il risarcimento. E la protezione».
La protezione?
«Esatto. Io non ho la garanzia che il “recupero” abbia davvero funzionato. Quindi, per esempio, non dovrà più mettere piede nella zona dove vivo. Non sono io che devo scappare. È lui che se ne deve andare».