Il31 agosto 1986 moriva, cinquantasettenne, Goffredo Parise, scrittore di metamorfica libertà. È riduttivo incapsularlo in una sola definizione: fu narratore, giornalista, sceneggiatore, saggista, poeta. Professioni, tutte, saldate dall’artigianato della parola, di cui Parise ha fatto passaporto, solcando la cultura del Novecento con schietta autonomia. Lo si rilegge oggi soprattutto incontrando le vette riconosciute della sua produzione letteraria, pubblicate da Adelphi: dalla levigata essenzialità in fotogrammi contenuta nei Sillabari all’agghiacciante altalena tra farsesco e attualità de Il padrone, sino alla grazia popolare de Il prete bello, uno dei primi bestseller italiani del dopoguerra, che consacrò la statura letteraria dell'autore nel 1954.

A dare coesione a un così variegato percorso interviene un nucleo irrinunciabile, di rado intercettato: l’esattezza, imperativo che orienta tanto lo sguardo dello scrittore quanto la sua pagina. Lo conferma la testimonianza di Tommaso Tommaseo Ponzetta, a lungo primario chirurgo a Treviso e intimo amico di Parise, evocata anche da Silvio Perrella nel suo Fino a Salgareda. Racconta Ponzetta che, quando Parise volle assistere in prima persona all’asportazione di un tumore per studiarne massa, consistenza e colore, non lo fece per obbedire a una tensione morbosa, bensì perché cercava quel «fior di cultura realistica» che tanto lo affascinava della medicina. Per Parise, la chirurgia aveva infatti il pregio sconcertante di «amputare la morte di tutti o di una parte dei suoi artigli»; e lui traduceva medesima attitudine nei suoi scritti, adoperando una precisione anatomica refrattaria a ogni astrazione e dogma.

 

 

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DALLA PARTE DI PINOCCHIO
Se la critica ha comunque sovente indugiato su Parise, indagandone il pensiero mai addomesticato e le alchimie narrative, a restituirne forse uno dei ritratti più curiosi è oggi la voce di Ilaria Crotti, professoressa di Letteratura a Ca’ Foscari, nell’alveo di un progetto culturale promosso da Pordenonelegge. Crotti, focalizzando l’indole sgombra da schemi di Parise, lo assimila al Pinocchio di Collodi, perché, analogamente al burattino, anche lui è un «puer ingenuo, un bambino ipercinetico che usa il naso per orizzontarsi nel caos, trasformarsi e diventare altro da sé». E quel naso collodiano è anche un metronomo della realtà, la bussola con cui Parise sviluppa una conoscenza delle cose che Crotti chiama non tassonomica o sistematica, ma intuitiva, tesa a tuffarsi tra le maglie inesplorate del mondo tramite gli odori.

Del resto, l’odore è pure «la denuncia della povertà morale; quella che Parise ritrova, per esempio, nell’America dei primi anni Sessanta, legata a modelli ormai caduti, nel segno del «dramma ideologico della miseria», come dice lui stesso». È un’intuizione, quella del bambino che annusa e scopre, non codificata come esito di un’esegesi, ma un precetto che lo stesso Parise rivendica quale unica chiave per accedere nel modo più compiuto e adeguato all’arte. È lui stesso a dichiararlo, nel 1972, nell’episodio a lui riservato del programma Rai Io e... di Anna Zanoli, quando spiega che per capire la bellezza non occorre munirsi di nozioni, ma «mantenere quel tanto di fantastico e di sognato che suggerisce la prima emozione».

 

 

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PIAZZA SAN MARCO
Chiamato a narrare un’opera d’arte o un luogo diletto, Parise sceglie Piazza San Marco, a Venezia, descrivendola «la più grande emozione estetica» della sua vita, incontrata a cinque anni, e il cui splendore risiede nella sua dinamica viva e persino impura, per il suo mosaico di elementi a includere i piccioni, le pasticcerie, il Caffè Florian e «le orchestre che suonano in modo demodé». Una realtà palpitante, dunque, da «degustare sin dalle prime ore del mattino» per vederla animarsi, perché, come tutte le opere d’arte, la sua bellezza è «totale, quindi totalitaria, prepotente» solo se non la si sperimenta come museificata.

Parise ammette con proverbiale onestà di non averne mai voluto studiare la storia né gli architetti, convinto che il sezionamento razionale finisca per infrangere una magia che è invece per sua natura ineffabile. Piazza San Marco diventa così la matrice concreta della sua vocazione. «I momenti passati qui io non li ho mai dimenticati», ricorda ancora Goffredo Parise. «Devo due libri a Venezia e in particolare a questa piazza». È però solo alla fine che propone un enigma che misura e condensa, in un tratto, l’uomo e il narratore: «Ma, oltre i libri, le devo qualcosa di molto più importante: la vita da cui essi sono nati. E quella, io, non l’ho raccontata».

 

 

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