Siamo senza parole. E non è un modo di dire, ma la realtà delle nostre giornate trascorse con la testa china sugli schermi degli smartphone. Perché mentre siamo impegnati a comunicare con il mondo intero tramite i canali social, i gruppi Whatsapp e Telegram e i chat-bot, il nostro cervello perde la capacità di parlare: e con essa la profondità del dialogo e le mille sfaccettature di un vocabolario e di un pensiero una volta ricco e profondo e ora sempre più scarno. Una ricerca internazionale pubblicata su Perspectives on Psychological Science ha rilevato che in 15 anni abbiamo perso in media 338 parole pronunciate al giorno, circa il 28% del totale. Il calo è ancora più marcato tra i giovani cresciuti dentro la rivoluzione digitale.

Così come diminuiscono le occasioni di conversazione faccia a faccia, anche quelle banali con il vicino di casa, il barista, i compagni di viaggio sulla metro, di riflesso perdiamo anche la capacità di ascoltare, elaborare una risposta, interpretare emozioni e costruire una relazione.

Il silenzio delle relazioni e la sincronizzazione cerebrale

Cosa succede nel nostro cervello quando le parole pronunciate lasciano progressivamente spazio a quelle digitate, o al nulla? A cosa stiamo rinunciando nel momento in cui infiliamo le cuffie e ci chiudiamo nel nostro mondo digitale fatto di chat e vocali? «A molti aspetti importanti della nostra vita di relazione», dice a Panorama Giuseppe Riva, ordinario di psicologia generale e direttore dell’Humane Technology Lab dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. «Lo small talk, come lo chiamano gli americani, cioè le classiche quattro chiacchiere, hanno un importante compito di stimolazione sociale. Incontrare altre persone, telefonare anche solo per parlare del più e del meno ci rende vivi, perché nell’interazione con l’altro entrano in gioco una serie di meccanismi neurobiologici di sincronizzazione cerebrale che creano una connessione e ci gratificano. Non dobbiamo parlare necessariamente di massimi sistemi, ciò che importa è costruire discorsi, captare l’attenzione dell’altro, essere riconosciuti come interlocutore».

Tutte le volte che decidiamo di isolarci da chi è intorno a noi, e di non aprire bocca per ore, nemmeno per la scontatissima conversazione sul meteo, ci facciamo del male. Nella perdita delle parole entrano in gioco anche la dimensione cognitiva, la capacità cerebrale e il modo di invecchiare. «Esistono già diversi studi di neuroimaging funzionale, che mostrano una relazione tra l’ampiezza del lessico e la quantità di materia grigia presente in alcune aree del cervello, soprattutto nel lobo parietale inferiore di sinistra», afferma Jubin Abutalebi, professore di neuropsicologia all’Università Vita-Salute San Raffaele. «In sostanza, chi possiede un vocabolario più ricco presenta anche una maggiore densità di materia grigia in alcune specifiche regioni del cervello. È un dato interessante perché suggerisce quanto l’esperienza linguistica possa essere strettamente legata alla struttura e al funzionamento cerebrale».

L’ampiezza del lessico come scudo contro il declino

Parlare in modo scorrevole e compiuto, non a caso, è infatti una delle attività che cominciano a deteriorarsi quando compare un declino cognitivo. Ma la relazione potrebbe funzionare anche nella direzione opposta. «Se ho una maggiore quantità di materia grigia nelle aree coinvolte nel linguaggio, potrei essere più resistente al declino, perché dispongo di quella che viene definita “riserva neurale”», continua Abutalebi. «Ed è forse questa la conseguenza più importante: se parliamo sempre meno, la riserva può ridursi e noi perdiamo un possibile strumento di protezione. Inoltre, andiamo incontro a una vita sociale meno ricca e questo, nel lungo periodo, può avere conseguenze sulle funzioni cognitive sia di base che evolute».

Non per nulla l’isolamento sociale è stato inserito dall’OMS tra i 14 fattori di rischio modificabili che servono per prevenire l’Alzheimer. Non solo sugli anziani, tuttavia, ricadono gli effetti di questa generalizzata perdita delle parole che sta impattando sulle nostre menti. Le conseguenze potrebbero essere molto gravi anche per i giovani. Innanzitutto per il rischio di perdere la capacità di empatizzare, di trovare soluzioni ai problemi contingenti e anche di contenere quella mania di controllo che è uno dei grandi mali della nostra epoca. «I nostri figli non telefonano più e parlano sempre meno», continua Riva, che sull’argomento ha scritto il libro Io, noi, loro. Le relazioni nell’era dei social e dell’AI edito da Il Mulino. «Può sembrare qualcosa di molto banale, e potremmo anche derubricarlo a roba di poca importanza perché magari mandano i vocali.

Il rifugio dell’asincrono e l’illusione della certezza

Ma non è affatto la stessa cosa: quando si parla si affronta un’interazione in tempo reale, sincrona. I messaggi vocali e le chat sono invece asincrone. I giovani preferiscono le seconde perché l’asincrono si controlla di più. Se parlo devo essere efficace, rischio di sbagliare, devo modulare tono e argomenti a seconda di chi ho davanti e dei problemi che mi sottopone. Se scrivo o mando vocali ho invece il vantaggio che ci posso pensare, rifletto, cambio. Le nuove generazioni amano di più il controllo, in tutte le interazioni sociali».

Preferiscono quindi queste modalità alla spontaneità del verbale, del sincrono, inseguendo sicurezza e garanzie, perdendo un prezioso allenamento alla dialettica e al problem solving. Sorvolando su tutte le implicazioni che la pericolosa mania del controllo ha nella vita di tutti i giorni. Non solo: la ricerca neuroscientifica mostra che il senso di connessione si sviluppa soprattutto nell’interazione faccia a faccia, attraverso meccanismi cerebrali che ci permettono di orientarci nello spazio condiviso, di riconoscere l’altro e di sincronizzarci con lui. «In questo continuo rapportarsi tra esseri umani, entrano in gioco i cosiddetti neuroni GPS, legati al senso del luogo, i neuroni specchio, coinvolti nei processi di empatia, e la sincronizzazione delle oscillazioni neurali», dice ancora lo psicologo. «È attraverso questi meccanismi che non ci limitiamo semplicemente a comunicare con qualcuno, ma costruiamo una dimensione comune, un “noi”. Quando una parte sempre più consistente delle nostre discussioni si sposta dagli incontri reali agli schermi rischiamo di perdere tutto ciò».

L’impoverimento semantico nel futuro professionale

Verrebbe da dire che è tutto sbagliato, il modo in cui noi esseri umani dotati di smartphone sempre più evoluti stiamo affrontando il futuro delle nostre (e altrui) parole. Anche perché, riferendoci ancora ai giovani, pensiamo alle conseguenze nel mondo del lavoro che andranno ad affrontare tra 10 o 15 anni, magari in professioni dove parlare e saper parlare con empatia è fondamentale: i medici, per esempio. «Il problema non riguarda soltanto le cosiddette skills comunicative, ma anche le parole con connotati emotivi: le usiamo sempre meno», conclude Riva. «Utilizziamo magari quelle più frequenti nel nostro lessico, come “bello” o “brutto”, ma esistono tanti sinonimi molto più complessi, con più implicazioni e sfumature, che non vengono più usati dai giovani».

Ma c’è ancora una piccola speranza. «Il vero tema che dobbiamo ancora studiare in profondità è quello dei social media», spiega ancora Abutalebi. «Soprattutto riuscire a capire se la mancanza di interazioni sociali e di dialoghi possa essere compensato dall’uso di questi nuovi mezzi. L’effetto positivo dell’utilizzo dei social sul nostro cervello non è ancora chiaro. Al momento sono stati maggiormente studiati quelli negativi. Però non sappiamo ancora che cosa succeda a livello di plasticità cerebrale e quali eventuali cambiamenti possano prodursi nella nostra mente».

«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo», scriveva Wittgenstein nel 1921. Vale anche nell’altro senso, ed è quello che oggi ci riguarda di più: quando le parole si assottigliano, si restringe lo spazio in cui viviamo, e con esso quello che riusciamo a condividere con gli altri. Rimettersi a parlare costa qualcosa. Bisogna accettare l’imprevisto, la pausa che dura troppo, la parola sbagliata che nessuno ci permette di cancellare o di riascoltare prima dell’invio. Ma è dentro quel rischio che il mondo torna ad allargarsi: una parola alla volta, davanti a qualcuno che può risponderci.