Si erano tanto amati. Poi è iniziata l’invasione di migranti a Ceuta. E Mette Frederiksen, caso né unico né raro nella sinistra europea, ha fatto scoppiare i socialisti, scegliendo di schierarsi al fianco di Giorgia Meloni nella difesa dei confini. E del «patrimonio culturale cristiano» del continente, di cui le due leader di Danimarca e Italia, in un messaggio congiunto all’indomani dello scontro sulla sospensione di Schengen tra Roma e Madrid, si sono proclamate «orgogliose». Pur provenendo da storie e schieramenti diversi.

La mossa ha spiazzato il Partito socialista dell’Ue, che ha reagito con una missiva di doglianze al suo presidente, l’ex premier svedese Stefan Lofven, firmata dal numero due dell’Europarlamento, lo spagnolo Javi López, e dal responsabile Esteri del Pd, Peppe Provenzano. I quali hanno definito «inaccettabile» la decisione di Frederiksen di «allinearsi, in modo coordinato, alla presidente del Consiglio italiana». Ma le ragioni di Copenaghen vanno ben oltre le appartenenze politiche. Sui migranti, la socialdemocrazia del Paese scandinavo si gioca parecchio.

La convergenza strategica tra Copenaghen e Roma sui rimpatri

La sua svolta securitaria era iniziata da prima delle elezioni di marzo, che hanno sancito la riconferma di Frederiksen, ancorché indebolita. Nel suo discorso di Capodanno, il primo ministro aveva annunciato un giro di vite per gli stranieri che delinquono: chiunque, non in possesso della cittadinanza, avesse ricevuto condanne ad almeno un anno di carcere per reati gravi, quali stupri e aggressioni, sarebbe stato espulso. Poco tempo prima, insieme al Regno Unito, la Danimarca aveva invocato una revisione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), per facilitare il respingimento degli indesiderati.

Già nel 2019, il Partito socialdemocratico aveva lanciato un programma di restrizioni sugli ingressi. Un impegno che ha portato a una riduzione delle richieste d’asilo e a un aumento dei rimpatri. D’altronde, la convergenza con Meloni non si è limitata alla lettera di qualche settimana fa: Frederiksen è una delle più convinte fautrici degli hub nei Paesi terzi per le espulsioni veloci. Un modello simile a quello avviato da Palazzo Chigi in Albania, al netto dell’interminabile braccio di ferro con la magistratura. Almeno sulla carta, l’Ue lo ha «benedetto» con il nuovo sistema di regole entrato in vigore a giugno, anche se mancano gli accordi politici tra l’Unione e gli Stati d’origine e di transito. C’è soltanto un sostanziale via libera a chi volesse battere quella strada autonomamente.

Il corto circuito tra spesa sociale e immigrazione di massa

L’insofferenza della popolazione danese nei confronti dell’immigrazione di massa ha una duplice radice: ha a che fare con i tassi di criminalità degli stranieri, specie le seconde generazioni, ma pure con le specificità del modello di welfare scandinavo, la cui tenuta è stata messa a dura prova dai forestieri.

A gennaio 2026, in Danimarca risultavano 1.011.036 persone, tra immigrati e loro discendenti; il 16,8% della popolazione totale. Il costo dell’assistenza di questa massa di allogeni, provenienti per lo più da Medio Oriente e Africa, è di oltre 3 miliardi di euro l’anno.

Se si considera che l’ultima legge di bilancio danese ne valeva 80, è facile comprendere che quello di Copenaghen è il classico caso di incompatibilità tra Stato sociale e immigrazione di massa, teorizzata da Milton Friedman. In un discorso del 1977, l’economista libertario americano fu nettissimo: «Se hai uno Stato sociale, se hai uno Stato in cui a ogni residente viene promesso un certo livello di minimo di reddito o un livello minimo di sussistenza, indipendentemente dal fatto che lavori o meno, che produca o meno» allora non potrai avere sia welfare sia immigrazione. È l’intuizione che venne ulteriormente sviluppata da George Borjas e Lynette Hilton, che nel 1996 pubblicarono Immigration and the welfare State, certificando che erano gli immigrati poco qualificati – del tipo di quelli che arrivano, appunto, da Medio Oriente e Africa in Europa – a ricevere la maggior parte dei benefit redistributivi. È una circostanza che, man mano, chi si rimbocca le maniche ogni giorno e paga le tasse, contando sul vincolo di solidarietà che unisce la comunità nella tutela dei connazionali più poveri, comincia a percepire come una ingiustizia.

Dati sulla sicurezza e tenuta del modello liberale

Poi, c’è la questione sicurezza. Il verdetto delle statistiche è tanto prevedibile quanto inappellabile. Fatto 100 l’indice di criminalità dei danesi maschi, quello degli immigrati non occidentali, introdotto un fattore correttivo per età, risulta essere 137; quello degli immigrati di seconda generazione schizza, addirittura, a 245. A giustificare la percezione dell’uomo della strada sui pericoli dell’invasione, poi, c’è il dato grezzo. Quello non standardizzato per classi anagrafiche (una prassi in voga per azzerare l’influsso di alcune variabili, tipo la maggiore propensione a delinquere dei più giovani): l’indice di criminalità dei maranza, nudo e crudo, sale a 316. In parole povere: i discendenti degli immigrati commettono reati tra 2,45 e 3,16 volte di più rispetto agli indigeni.

Non dimentichiamo, infine, l’elemento culturale: nel loro appello, Meloni e Frederiksen parlavano di «patrimonio cristiano». Una parte della sinistra guarda in faccia la realtà: anziché integrare gli stranieri, una società aperta rischia, a lungo andare, di assorbirne i costumi deteriori. È il vecchio paradosso del giurista Ernst-Wolfgang Böckenförde, applicato al fenomeno migratorio: lo Stato liberale, accogliendo troppi elementi estranei, erode i presupposti sui quali si fonda. Nella memoria di ogni danese saranno di certo stampati gli attentati islamisti del 2015 a Copenaghen, quando un fondamentalista, forse intenzionato a uccidere il disegnatore Lars Vilks per una sua vignetta su Maometto ritratto con le fattezze di un cane, uccise il regista Finn Nørgaard (presente allo stesso convegno con l’artista) e, in seguito, assassinò un giovane ebreo nella sinagoga.

L’elasticità della Frederiksen le ha consentito di limitare l’ascesa della destra radicale. Il Partito popolare danese, promotore della serrata ai confini, ha riguadagnato consensi nel 2026, ottenendo 16 seggi; ma è lontano dai 37 conquistati 11 anni fa, così come dagli oltre 20 che aveva mantenuto stabilmente, dal 2001 in avanti. È un’impresa che non è riuscita alla socialdemocrazia tedesca: quando, nel settembre 2024, l’ex cancelliere Olaf Scholz si destò dal torpore, ripristinando i controlli alle frontiere in reazione all’attacco islamista di Solingen, era troppo tardi per evitare il tracollo elettorale. Sembra essere lo stesso destino cui va incontro Pedro Sánchez: un sondaggio pubblicato da El Mundo e risalente, addirittura, a prima della crisi di Ceuta, assegnava a popolari e Vox una supermaggioranza parlamentare. Ecco: per Frederiksen, l’asse con Meloni è un segno d’intelligenza politica. Istinto di autoconservazione.