Colpo di scena? Forse solo per il giornalista de La Stampa, che nel giardino della Casa Bianca, prima che Donald Trump partisse per una tappa elettorale in Alabama in vista del voto di metà mandato di inizio novembre, ha posto la domanda tentatrice. Come va con Giorgia Meloni? «Il mio rapporto con lei è molto buono. Mi è sempre piaciuta», ha risposto il presidente. Basta polemiche, è tornato il tempo dell’intesa.
Se il tentativo del collega Iacopo Luzi era aggiungere un altro tassello agli attacchi in crescendo del leader Usa alla nostra premier, si può dire che sia fallito. Ancora a marzo scorso Giorgia era definita dal miliardario Usa «una grande amica sempre pronta ad aiutare». Poi il via alle bordate, dopo la mancata concessione delle basi italiane agli aerei americani che bombardavano l’Iran: «Lei non ha coraggio», fino all’insulto: «Mi ha pregato di fare una foto insieme e gliel’ho concesso perché mi faceva pena». Ieri, una retromarcia.
Come decifrare la mossa di The Donald? Ci sono tre chiavi di lettura: una elettorale, l’altra congiunturale e l’altra ancora strategica. Anzi, quattro: l’interpretazione più condivisa è che il presidente Usa è imprevedibile e umorale, ieri era in buona, domani chissà. Probabilmente c’è del vero anche in questa tesi grottesca, ma proviamo a essere razionali. Tra un mese in Usa si rinnova metà del Congresso e il presidente potrebbe finire in minoranza sia alla Camera sia al Senato. A quel punto, malgrado alla scadenza del suo mandato manchino due anni, negli States già inizierebbe il dopo Trump. Poiché i sondaggi danno i repubblicani indietro di oltre dieci punti rispetto ai democratici, urge porre rimedio in fretta.
RAPPORTI DA MANTENERE
Strizzare l’occhio alla comunità italo-americana, che cuba tra i 17 e i 19 milioni di elettori e che in larga maggioranza due anni fa votò per Donald e non per Kamala Harris, potrebbe essere un primo tentativo di risalita. D’altronde, Meloni è molto popolare tra i paesani Oltreoceano.
Sulla medesima falsariga, molti osservatori si aspettano a breve un’importante dichiarazione in favore di Papa Leone XIV. Nella primavera scorsa c’è stato un duro scontro, mai sanato, tra l’amministrazione Usa e il Vaticano. Il presidente criticò il Pontefice sulla politica estera («terribile») e sulla sicurezza («debole»), accusandolo di atteggiamenti di estrema sinistra e specificò che, se non ci fosse stato lui alla Casa Bianca, Robert Prevost non sarebbe mai diventato il successore di Francesco. «Non temo gli Usa», fu la gelida risposta del capo della Chiesa. Poi il nulla, che per Donald è un danno, visto che alle presidenziali del 2024 ricevette i voti del 55% dell’elettorato cattolico.
C’è poi l’interpretazione congiunturale. Trump è effervescente per aver convinto gli Stati europei a liberare cento milioni di barili di greggio dalle loro riserve, in modo da agevolare una discesa del prezzo. Negli States il costo della benzina è quasi raddoppiato dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Sull’argomento gli americani sono molto sensibili in cabina elettorale, tanto che il presidente era arrivato a minacciare lo stop all’export di petrolio pur di contenerne il costo in patria.
L’intesa trovata nel G7 fa bene a tutti ed è un grande successo diplomatico dell’Occidente, da aggiungersi all’accordo sulla cosiddetta “pax silica”, un accordo favorito dagli Usa in chiave anti-cinese sulle catene d’approvvigionamento delle terre rare. Terzo motivo di soddisfazione, stavolta riguardante l’Italia nello specifico, è la firma di un memorandum, il 21 settembre scorso, tra il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sull’estrazione e il riciclo dei minerali critici. E siamo alla lettura strategica.
Trump vuole uscire dal pantano iraniano e sta lavorando alacremente a una coalizione internazionale contro Teheran, una sorta di alleanza globale della quale porre le basi prima del G20 che si terrà a Miami il prossimo 14-15 dicembre. Il presidente ha capito che, da solo, non è in grado di chiudere né il capitolo ucraino né quello mediorientale e tenersi buoni gli alleati è una strada più diretta rispetto a brutalizzarli.
IL RUOLO DI FERTITTA
Quanto a Roma, le aperture trumpiane fanno piacere, ma non c’è intenzione di caricarle di importanza. I rapporti tra Italia e Usa non si sono mai interrotti, neppure al culmine della crisi diplomatica, anche grazie al lavoro dell’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, molto proattivo. Meloni del resto non ha cambiato la sua linea atlantista. I caratteri però sono diversi, come il peso dato alle parole. La premier italiana non è tipo da dimenticare gli sgarbi subiti, anche se la realpolitik la porta a non drammatizzarli. Ma non è detto che non sia stato proprio il carattere forte di Giorgia a giocare un ruolo nell’ammorbidimento del presidente Usa, un potente che subisce il fascino di chi sa tenere duro.