Cristiano Ronaldo ha rotto con la nazionale del Portogallo. Una rottura spettacolare e pubblica, lui che in panchina a Oslo non fa nulla per nascondere il disappunto di non essere stato mandato in campo almeno per una mezz’oretta, la fuga negli spogliatoi, gli allenamenti saltati, la mediazione fallita da parte del presidente federale Pedro Proença (precipitatosi in aereo a Copenaghen dalle Azzorre) fino all’epilogo.

Lo strappo che sta lacerando il Portogallo si è consumato nell’arco di una manciata di ore. La parte del cattivo l’ha impersonata Jorge Jesus, selezionatore chiamato a Lisbona dopo il mezzo fallimento mondiale e ultimo tecnico ad aver regalato a Ronaldo (Al Nassr, Arabia Saudita) la gioia di un trofeo da alzare al cielo. Comunque sia andata, un copione classico in cui il vecchio campione prende cappello dopo aver capito di non essere più centrale, forse nemmeno periferico, nella squadra che è sempre stata sua.

Il casus belli è stata la panchina a Oslo contro la Norvegia, la promessa fatta di entrare a metà del secondo tempo e poi la decisione di lasciare dentro Gonçalo Ramos che stava giocando bene, aveva fatto e in più garantiva quel lavoro di prima pressione sui difensori avversari che CR7 non ha mai fatto volentieri e che a 41 anni non è nemmeno più in grado di fare per evidenti ragioni di logorio fisico.

Após a conferência de imprensa do Selecionador Nacional, e no seguimento de uma conversa com o Presidente da Federação Portuguesa de Futebol, tomei a decisão de deixar o estágio da Seleção Nacional.

A seu tempo, direi a verdade a todos os Portugueses sobre as razões que… pic.twitter.com/j8Qrws9KTS

— Cristiano Ronaldo (@Cristiano) September 30, 2026

Di fronte alla salita sull’Aventino di Ronaldo, zero allenamenti nei due giorni successivi, Jorge Jesus ha scelto la linea brutale della chiarezza: il gruppo prima di tutto. Le sue parole alla stampa portoghese, quelle che hanno spinto CR7 a chiamare l’aereo privato e farsi portare da Copenaghen a Madrid sdegnato, sono il manifesto di come si gestisce il gruppo: “Sono l’allenatore e ho deciso di non farlo giocare. Se avrò bisogno di lui per mezz’ora giocherà, altrimenti resterà in panchina. Nessun giocatore mi farà cambiare idea su questo, né lui né nessun altro nel calcio, né alcun presidente”.

Tutto perfetto, non per Ronaldo che è rimasto insensibile anche ai tentativi di mediazione del presidente federale e se n’è andato affidando ai social il suo pensiero: “A seguito alla conferenza del commissario tecnico e dopo un colloquio con il presidente della Federcalcio portoghese, ho deciso di lasciare il ritiro. A tempo debito, racconterò al popolo portoghese la verità sui motivi del mio addio alla nazionale, alla quale mi sono sempre dedicato con impegno. È giunto il momento di augurare buona fortuna al Portogallo e a tutti i miei compagni di squadra, senza eccezioni”.

Fine della storia, almeno per ora. L’addio, perché questo a tutti sembra, di Ronaldo alla nazionale portoghese di cui è recordman di presenze (234), gol segnati (146) e che ha aiutato a conquistare un Europeo e due Nations League, ha però lacerato l’opinione pubblica portoghese dividendola tra quelli che lo ritengono uno schiaffo e chi da troppo tempo sopportava l’autodeterminazione del fuoriclasse nelle questioni della nazionale.

Lui più altri dieci è stato il mantra per troppo tempo, negli ultimi anni compreso un Mondiale in cui CR7 è sembrato inseguire traguardi suoi più che di squadra. Qualcosa che può funzionare nel calcio plasticato dell’Arabia Saudita, dove accumula gol per arrivare alla fatidica quota 1000, non per una nazionale come il Portogallo che avrebbe carte da giocarsi dentro una generazione se non d’oro, almeno d’argento.

Che torni o meno, oppure qualsiasi stata la promessa fattagli d Jorge Jesus e non mantenuta – CR7 ha detto che a tempo debito fornirà la sua versione – questa è la morale della storia. L’addio di Ronaldo al Portogallo è molto diverso dal passo indietro che Leo Messi ha scelto di fare autonomamente con l’Argentina e anche dal mettersi a disposizione di Luka Modric nella nuova Croazia. Tre campioni, stessa generazione, caratteri diversi.