Forse la cosa migliore è cominciare con una battuta fulminante di Ronald Reagan: «Ho notato che tutti coloro che sono a favore dell’aborto sono già nati». Un’evidenza bio-logica, da cui ciascuno può far discendere le argomentazioni morali e politiche che ritiene. Ma l’evidenza, si sa, è spesso nemica dell’ideologia, e va quindi camuffata, volta in caricatura, espulsa dal dibattito. Non si spiega altrimenti il coro d’indignazione precotta che ha sollevato a sinistra la mostra “Just EuMan - Come nasce un cittadino europeo”, allestita nei giorni scorsi a Strasburgo, presso la sede del Parlamento Europeo.
Ora, l’esposizione era promossa dall’eurodeputato Paolo Inselvini di Fdi/Ecr e curata dall’associazione Pro Vita&Famiglia, quindi capiamo che era attenzionata a priori. Eppure, è difficile rimuovere la certezza minima che qualunque cittadino europeo, come qualunque essere umano, sia stato precedentemente un feto, per un lasso di tempo generalmente vicino ai nove mesi. Perché è questo, che la mostra rappresenta: il percorso dell’embrione dal momento della fecondazione fino al parto, con ottica esclusivamente scientifica, fotografie e video a supporto, dettagliata descrizione anatomico-fisiologica per ogni stadio dello sviluppo. Nessuna proposta legislativa o sermone pedagogico, tantomeno nessuna evocazione di nessun codice religioso. Pura laicità del fatto verificato.
Certo, tra i fatti significativi riportati ci sono che alla decima settimana il cuore ha già battuto più di 10 milioni di volte, alla tredicesima l’ecografia registra i primi sorrisi, alla ventiduesima il feto reagisce ai rumori forti con i primi sussulti. È la testardaggine della realtà, avrebbe detto il grande filosofo conservatore Sir Roger Scruton. Un brutto arnese, che puoi sconfiggere in un solo modo: censurandola. Letteralmente: i capigruppo di Socialisti, Sinistra e Verdi hanno scritto alla presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola invocando sic et simpliciter la chiusura forzata della mostra, ovvero metodi da autocrazia orientale.
Ma le più zelanti nell’indignazione a comando sono state le eurodeputate del nostrano campo largo. Alessandra Moretti del Pd ha condiviso un video su Instagram direttamente dalla scena dello (psico)reato, dichiarandosi «sconvolta» per un’esposizione che «calpesta il diritto delle donne e decenni di battaglie per la parità di genere» (come quest’ultima venga intaccata dal riepilogo dello sviluppo del feto umano, peraltro analogo per entrambi i generi, è un mistero doloroso del sinistrismo). L’onorevole ex calciatrice Carolina Morace, Movimento Cinque Stelle, carica il tiro ma lo sparacchia in tribuna, definendo Just EuMan «un ripudio dei valori europei» (tra i quali ci risultava non figurassero agli ultimissimi posti la vita e la sua dignità intrinseca).
Ma la gara dell’invettiva dadaista la vince nettamente, come da pronostico, Ilaria Salis: «Non ci faremo riportare indietro di decenni dai fascisti!». Se con l’espressione intende chiunque si ponga la domanda sulla non neutralità esistenziale e morale dell’atto di abortire (fatto salva la sua legalità, garantita in Italia dalla legge 194 e mai evocata dalla mostra), le facciamo i nomi di due pericolosi fascisti. Il primo è Pier Paolo Pasolini, che addirittura paragonava con poetica brutalità l’aborto all’omicidio. Il secondo è il nume tutelare del pensiero laico e progressista italiano: Norberto Bobbio. Il quale definiva il «diritto del concepito» a nascere «fondamentale» rispetto agli altri diritti in gioco. Idee su cui è legittimo dissentire, ma che in una società aperta devono poter essere espresse, e chiediamo scusa al lettore per l’ovvietà. A meno che per la Salis&Co. ad essere fascista sia direttamente il feto, e vorremmo tanto fosse solo una battuta.