La rinuncia allo US Open non è un forfait come gli altri. Il ginocchio di Jannik Sinner solleva interrogativi, senza autorizzare allarmismi. Omar Camporese, ex numero 18 del mondo, analizza lo stop, il calendario e il movimento italiano.

Pensava che Sinner avrebbe provato comunque a giocare a New York? 
«Lo speravo, ma ora sappiamo che non ce la fa e il problema comincia a diventare serio. Il Roland Garros era già stato condizionato da problemi fisici e ora salta anche lo US Open. Credo abbia tirato troppo la corda con i Masters 1000 vinti fino a Roma. È comprensibile, per la battaglia con Alcaraz, ma forse adesso ne paga le conseguenze».
Il problema sarebbe legato alla caduta contro Kecmanovic. Come ha potuto vincere Wimbledon e poi fermarsi? 
«Il trauma era recente e avrebbe dovuto fargli più male allora, invece probabilmente si è riacutizzato. L’erba è una superficie morbida ed elastica, che assorbe meglio gli appoggi. Sul cemento il piede si blocca e i contraccolpi finiscono sulle ginocchia. Tornando ad allenarsi sul duro il dolore può essere riemerso».
Il suo calendario andrebbe ripensato?
«Sinner e il suo team sono tra i più bravi a programmare. Il problema è che ci sono troppi Masters 1000 nella prima parte dell’anno: Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid e Roma. I migliori devono giocarli per costruire la classifica: come fai a dire di no? Sinner è arrivato sempre fino in fondo e li ha vinti tutti. La stanchezza è emersa a Parigi, poi ha giocato soltanto Wimbledon. Non credo abbia sbagliato programmazione: l’infortunio ha cambiato tutto».
Quanto deve preoccuparsi?
«Adesso deve soltanto rimettersi a posto. Uno US Open in più o in meno non gli cambia la vita. Gli infortuni fanno parte della carriera: io sono rimasto fermo un anno e mezzo per un’epicondilite. Sinner ha già superato periodi difficili e sono convinto che entro fine anno rivedremo il giocatore che conosciamo».
L’assenza di Sinner può responsabilizzare gli altri italiani? 
«Lo hanno già dimostrato a Parigi: Cobolli è arrivato in finale, Arnaldi in semifinale e Berrettini nei quarti. Si parla soprattutto di Sinner perché, insieme ad Alcaraz, pratica un tennis diverso da tutti gli altri. Senza di lui i riflettori si spostano sugli altri e credo possano reggere molto bene quella responsabilità».
Che indicazioni ha dato Cincinnati?
«Musetti è arrivato nei quarti e ha perso contro Tiafoe. Non è ancora quello di inizio anno, perché ha pagato l’infortunio, ma sta ritrovando ritmo. Ha un talento straordinario: dopo Alcaraz è quello che, secondo me, gioca meglio a tennis. Cobolli è ormai un punto fermo. Vince giocando bene o male, sa cercare i punti e capire cosa fare: è diventato un giocatore vero, completo. Poi ci sono Berrettini, Arnaldi e Darderi: il tennis italiano non si ferma a Sinner».
Chi è il favorito dello US Open?
«Senza Sinner e con Alcaraz al rientro può succedere di tutto. Zverev, dopo avere finalmente vinto il Roland Garros, ha acquisito fiducia e per me è il primo da battere. Ma starei attento a Cobolli e agli americani: in casa si esaltano. Fritz e Shelton possono arrivare lontano».