«Chi ha sbagliato ne risponderà in ogni sede, perché la tutela della legalità viene prima di ogni cosa». Se c’erano ancora dei dubbi sulla gravità di quanto sta emergendo intorno alle indagini sul delitto di Garlasco, a fugarli bastano le parole con cui il comandante generale dei Carabinieri, Salvatore Luongo, ha risposto lunedì sera alle domande del Tg1. Una difesa appassionata dell’istituzione, «l’Arma dei Carabinieri opera sempre nella massima trasparenza e nel rispetto della legge e della giustizia». Ma anche l’annuncio che nulla di quanto accaduto verrà insabbiato, perché «eventuali errori o condotte illecite di singoli non devono intaccare l’onorabilità di migliaia di carabinieri», e «la fiducia dell’opinione pubblica non si preserva nascondendo i dubbi».

Dalla sua parte, Luongo ha un dato di fatto: a scavare sulla gestione delle indagini del 2007 da parte dei carabinieri sono oggi altri carabinieri, gli uomini del Nucleo investigativo di Milano, e lo stanno facendo con determinazione: basta questo a dimostrare che non ci saranno indulgenze preventive verso gli errori e gli abusi che stanno emergendo. La controindagine su Garlasco, va ricordato, non riguarda solo l’attività dei Ris: sotto tiro ci sono anche alcuni dei carabinieri della sezione di polizia giudiziaria di Pavia, sospettati di avere incassato parte della mazzetta stanziata dalla famiglia di Andrea Sempio, il nuovo indagato, per sviare le indagini del 2017. Ma ad agitare le acque intorno all’Arma, e a occupare quasi a tempo pieno le indagini della Procura di Pavia (che, concluse quelle per omicidio a carico di Sempio, può concentrare gli sforzi in questa direzione) è quanto avvenne nel backstage dei primi accertamenti affidati al Ris dopo la morte di Chiara Poggi. È lo scenario aperto dalla scoperta delle due analisi che smentivano l’esistenza del Dna di Chiara sui pedali di Alberto Stasi e culminato col sequestro negli uffici del Ris di Parma di quattro faldoni di archivio parallelo su Garlasco, tra cui la “valutazione psicologica” effettuata all’insaputa della magistratura e utilizzando atti segreti dalla criminologa milanese Alessandra Bramante.

Chi ha ordinato la consulenza in quelle carte non sta scritto. Si sa però che all’epoca della “valutazione” di Stasi, la Bramante è una giovane psicologa e criminologa nella fase iniziale della carriera. E si sa anche che è legata da buoni rapporti con uno dei protagonisti dell’indagine sulla morte di Chiara: Luciano Garofano, comandante dei Ris, che si è imposto sulla scena degli accertamenti nonostante il pm della procura di Vigevano Rosa Muscio avesse preteso di arruolare alle sue dirette dipendenze come consulenti due ufficiali sottoposti a Garofano, Alberto Marino e Aldo Mattei. Ma quando torna dalle vacanze in Brasile, Garofano scatena il finimondo, e prende il controllo dell’intero caso. È sua la firma sulle relazioni inviate alla Muscio in cui non si fa alcun cenno alle controanalisi sui pedali della bicicletta di Stasi.

Non basta questo a ipotizzare che sia stato Garofano a commissionare la “valutazione” della Bramante. Ma le tredici pagine su carta intestata della criminologa arrivano ai Ris. Sono pagine sconcertanti per la superficialità di alcuni giudizi. Dal testo degli interrogatori di Stasi l’autrice arriva a conclusioni apodittiche e moraliste: come quando definisce “regali stravaganti” il completino intimo e il vibratore che Chiara ha ricevuto dal fidanzato. A colpire è soprattutto la consonanza di alcuni giudizi della Bramante con il gossip giudiziario che nello stesso periodo piove su Stasi, contribuendo alla costruzione del suo personaggio di colpevole perfetto: nella “valutazione” vengono attribuiti al giovane “ambivalenza e contraddizioni rispetto al sesso” di cui in realtà non c’è traccia, ma che richiamano le voci sulla omosessualità di Stasi fatte circolare all’epoca, e indicate persino come movente dell’omicidio. Chiara avrebbe scoperto le inclinazioni segrete del suo compagno, e per questo sarebbe stata uccisa.

Forse anche per questo, per la palese inverosimiglianza di alcune conclusioni, chi aveva commissionato il rapporto psicologico alla Bramante scelse di tenerlo nel cassetto senza depositarlo. A suscitare l’interesse della Procura di Pavia è oggi il contesto in cui la “valutazione” di Stasi nasce e scompare: un contesto in cui a interessare ai protagonisti dell’inchiesta sembra solo la ricerca di elementi a carico di Stasi, mentre tutto il resto passa in secondo piano o addirittura viene celato. Ora c’è chi prova a dire che l’invio in discarica dei reperti raccolti dal Ris sulla scena del crimine avvenne solo dopo la sentenza definitiva, come da prassi costante nei processi. Ma l’autorizzazione alla distruzione venne data solo nel 2022, mentre già nel 2016 tutto era finito nella spazzatura: a ordinarlo il colonnello Alberto Marino: lo stesso che il 20 agosto 2007 aveva effettuato due analisi risultate negative sui pedali di Alberto, e che non le ha mai depositate agli atti. Ora il verbale di interrogatorio di Marino, insieme al verbale di Garofano e degli altri investigatori dell’epoca, è in un nuovo fascicolo d’inchiesta. Altri interrogatori sono in programma, perché di una cosa la Procura di Pavia è convinta: il caso Garlasco non sarà mai davvero chiuso fin quando non si capirà cosa accadde dietro le quinte.