Marco Tarchi non è solo politologo, scrittore, professore emerito dell’Università di Firenze, ma per tutta la sua carriera è stato agitatore culturale e continua a esserlo attraverso le sue riviste Diorama Letterario e Trasgressioni. Lo abbiamo interpellato per vederci chiaro attorno allo shock che ha comportato il risultato ottenuto dal partito di Alice Weidel domenica scorsa.
Professor Tarchi, quale interpretazione dobbiamo trarre dal 44% di AfD in Sassonia-Anhalt?
«È l’ennesimo segnale del logoramento della classe dirigente europea, incapace di dare risposte ai problemi più sentiti dai cittadini: perdita di identità culturale dovuta all’eccesso di immigrazione, insicurezza, calo della capacità produttiva e del potere d’acquisto, sconvolgimento dei modi di vita tradizionali in nome del politicamente corretto. Prima c’era stato il campanello d’allarme dell’astensione, ora c’è la ricerca di alternative nelle uniche forze che paiono opporsi allo stato di cose esistente».
Esistono differenze sostanziali tra l’AfD e la destra italiana, guidata da Fratelli d’Italia. Per lei quali sono le più significative?
«AfD, essendo sinora costretta all’opposizione, ha mantenuto un profilo e un programma radicale, che FdI ha in buona parte abbandonato quando si è trovata alla testa del governo e con un alleato come Forza Italia che cerca di condizionarne l’agenda politica in direzione centrista. Una proposta come la remigrazione Meloni e i suoi non l’hanno mai avanzata. E AfD non ha seguito la politica antirussa del governo italiano e di quello tedesco, privilegiando gli interessi dei cittadini a contenere i costi della crisi energetica».
In Italia la destra di governo ha compiuto un percorso di legittimazione politica passando anche attraverso le sue scelte in chiave europea e atlantica. AfD, invece, si pone in un’area differente ancora legata alle proteste populiste...
«Se avesse seguito la rotta segnata da Meloni, avrebbe avuto un numero di voti estremamente ridotto rispetto a quello che ha ottenuto in questa occasione e in elezioni precedenti. Checché se ne dica, i messaggi populisti trovano tuttora un forte credito a livello popolare, fra quei “meno istruiti”, che il ceto intellettuale e politico progressista cita con un’aria di sufficienza, scordandosi non solo che quel popolo un tempo era il suo vanto e la sua riserva di caccia, ma anche che in democrazia per andare al governo servono le schede depositate nelle urne e non il numero di libri letti o i dottorati conseguiti».
Questo risultato, a suo modo di vedere, mette in discussione il cordone sanitario creato dal modello tedesco contro il partito di Alice Weidel? Inoltre può far crollare la Große Koalition tra Cdu e Spd?
«Per il momento no, anche se non è da escludere che qualche eletto della Cdu cada in improvvisa crisi di coscienza e garantisca all’AfD la possibilità di governare la Sassionia-Anhalt. Se però il 29% a livello nazionale che oggi le viene pronosticato dai sondaggi dovesse crescere ancora di qualche punto nelle elezioni vere, il problema si porrebbe. Cdu e Csu sono anche partiti di clientela, che hanno la loro forza nella possibilità di governare le amministrazioni locali e creare reti di sostegno nei vari ambiti sociali. Se questo potenziale venisse eroso, al suo interno si potrebbero profilare scissioni e tentazioni di accettare collaborazioni con l’AfD, almeno a livello locale».
Stiamo assistendo a un “italianizzazione” della politica tedesca oppure ci troviamo davanti a un nuovo paradigma politico?
«Non mi spingerei troppo in là con la comparazione fra due realtà che rimangono piuttosto diverse. Certamente comuni sono la crescita di sfiducia verso la classe politica tradizionale e il diffondersi di timori verso il degradarsi della vita associata e il peggioramento della condizione economica di chi sta nella metà inferiore della piramide sociale. Ma in Germania ci sono altri fattori a far crescere un partito come l’AfD, come il desiderio di emanciparsi, finalmente, dal marchio di Caino della “colpa collettiva di un intero popolo”. Problema che, malgrado i moniti di alte cariche istituzionali e l’ossessiva guerra alle ombre del passato di una parte della sinistra, gli italiani non sentono rispetto alle pagine più discusse della storia recente del loro Paese».