Torna DOC – Nelle tue mani, la fiction con Luca Argentero che ha costruito uno dei ritratti più popolari della medicina televisiva italiana: medici empatici che ascoltano, si siedono accanto al paziente, sorridono, cercano di ricostruirne la storia e provano a vedere, dietro una diagnosi, la persona. È una medicina emotiva, nella quale la relazione sembra pesare quanto la competenza clinica. Nelle corsie degli ospedali veri, però, e non solo nei reparti di medicina interna come quello di DOC, ma soprattutto in pronto soccorso, il tempo scorre in un altro modo: i pazienti si susseguono, le priorità cambiano di continuo, le decisioni vanno prese in fretta e il medico si trova a gestire nello stesso momento la malattia, l’ansia di chi aspetta e i limiti di un sistema che non sempre riesce a dare le risposte che gli vengono chieste. Eppure è proprio qui che la distanza tra fiction e realtà si fa interessante, perché l’empatia non sembra essere per forza una questione di tempo e può esistere anche quando ce n’è pochissimo, a patto che quei pochi minuti vengano usati per costruire una relazione.

«Nella realtà il tempo per ogni paziente è variabile, ma spesso è poco» dice a Panorama il professor Giorgio Costantino, direttore del Pronto Soccorso dell’IRCCS Policlinico di Milano. «Non credo però che l’empatia e il rapporto con il paziente siano soltanto una questione di tempo. Si può riconoscere l’altro e creare una relazione anche in pochi minuti. Ci sono stati studi, per esempio sui medici di medicina generale e pubblicati sul British Medical Journal, che hanno mostrato come possano bastare meno di cinque minuti per costruire un buon rapporto. Anche in un pronto soccorso molto affollato, quindi, penso che la cosa importante sia che ogni incontro tra medico e paziente sia un incontro di qualità. Non conta solo il tempo che abbiamo a disposizione, ma quello che riusciamo a fare dentro quei momenti».

È una prima differenza sostanziale rispetto alla medicina raccontata dalla televisione: più che il tempo a disposizione, conta la capacità di sfruttare anche un tempo breve per ascoltare, spiegare e costruire fiducia, tanto che l’empatia in corsia, invece di essere una parentesi rispetto al lavoro clinico, può diventare parte del lavoro stesso.

Per molto tempo l’empatia dei medici è stata considerata quasi una qualità personale, qualcosa che alcuni possiedono e altri meno, ma in una professione in cui la comunicazione contribuisce alla raccolta dell’anamnesi, alla comprensione dei sintomi e alla costruzione dell’alleanza con il paziente, ridurla a una questione di carattere significa sottovalutarla. «L’empatia è uno strumento fondamentale per riuscire a comunicare con il paziente, per metterlo a proprio agio e permettergli di raccontare una serie di sintomi o di elementi della sua storia che altrimenti potrebbe non dire» continua il professore. «È quindi qualcosa di fondamentale all’interno del rapporto medico-paziente. Naturalmente esistono medici empatici che magari non sono bravi e medici non empatici che sono bravi, ma sarebbe bello che fossero entrambi: empatici e bravi».

L’empatia non è buonismo, è uno strumento clinico

Il discorso si sposta così dall’etica alla pratica, perché essere empatici non vuol dire soltanto essere gentili, ma creare le condizioni perché il paziente possa parlare, fornire informazioni, esprimere paure e dubbi, e la relazione diventa lo strumento con cui il medico riesce a comprendere meglio ciò che ha davanti. Per lo stesso motivo il medico empatico non coincide necessariamente con quello che mostra più emozioni: nell’emergenza, anzi, può accadere il contrario. Il paradosso è che l’empatia viene chiesta al medico proprio nel contesto in cui non può permettersi di farsi travolgere dalle emozioni, perché davanti a una situazione critica deve restare lucido, stabilire delle priorità, decidere rapidamente e vedere la gravità senza lasciarsene schiacciare.

«In alcuni momenti il medico deve riuscire a mantenere una certa distanza emotiva. Soprattutto nell’urgenza, se non riesce a distaccarsi almeno un po’, rischia di perdere la lucidità necessaria per fare quello che deve fare» dice il primario. «Ma questo distacco non significa affatto perdere l’empatia. Si può essere emotivamente distaccati e, nello stesso tempo, molto empatici con il paziente. Anzi, credo che proprio questa capacità di prendere distanza sia fondamentale: permette al medico di rimanere lucido, di decidere e di intervenire nel modo migliore senza smettere di considerare la persona che ha davanti».

Le sue parole mettono in discussione uno dei luoghi comuni più radicati sulla relazione medico-paziente, quello per cui l’empatia coinciderebbe con la partecipazione emotiva. Empatia non significa soffrire insieme al paziente né lasciarsi attraversare da ogni emozione, ma, più semplicemente e più concretamente, riconoscere ciò che l’altro sta vivendo senza perdere la capacità professionale di intervenire; il medico, in altre parole, deve saper prendere distanza senza trasformarla in indifferenza.

L’empatia nasce dal cuore o dal cervello?

Ed è qui che arriva la provocazione più forte. Se il medico impara, con l’esperienza, a riconoscere le emozioni del paziente, a modulare il proprio comportamento e a capire quali modalità di comunicazione funzionano meglio, allora l’empatia non è soltanto un sentimento spontaneo, ma può diventare anche una competenza costruita dal cervello, che nasce dall’esperienza, dall’osservazione, dalla formazione e dalla necessità di gestire una relazione complessa. Questo non la rende falsa o artificiale: vuol dire soltanto che non nasce per forza da una partecipazione emotiva immediata. È una prospettiva quasi distopica rispetto alla medicina sentimentale della fiction, perché il medico non deve necessariamente sentire ciò che sente il paziente per riuscire a comprenderlo, può imparare a riconoscerne le emozioni e a comportarsi di conseguenza, sapendo che un certo tono di voce rassicura, che una spiegazione evita un equivoco, che pochi secondi di ascolto possono fare la differenza. L’empatia diventa allora anche una forma di intelligenza relazionale e, proprio in quanto competenza, può essere allenata. Di contro, se l’empatia è uno strumento clinico (quindi non proprio una soft skill) allora deve essere una clinical competence che, esercitata in contesti particolari (che non sono solo quelli dei tempi stretti, ma anche dei momenti di maggiore ansia, di possibile incertezze, di contemporaneità di interventi) rischia di diventare addirittura un virtuosismo. Qual è il problema? Che l’empatia come strumento clinico dovrebbe presupporre degli standard. E non può averli perché, come si è detto, esiste una grande variabilità, da persona a persona, di esercizio di questo “strumento”. Un conto è adottare consapevolmente alcuni comportamenti, un altro è essere condizionati da esperienze, anche negative, come conflitti o contenziosi medico-legali. In questi casi, l’empatia può assumere un significato diverso: non nasce necessariamente da un controllo consapevole, ma può diventare una forma di adattamento, quasi uno strumento di “sopravvivenza”, che si affina nel tempo sulla base delle esperienze e degli stimoli ricevuti.

Il rapporto con la medicina difensiva

A questo punto la domanda più scomoda riguarda il rapporto tra empatia, aggressioni e contenzioso. Nei pronto soccorso il medico è spesso il bersaglio della frustrazione di pazienti e familiari, anche quando il problema nasce da una carenza organizzativa che non dipende da lui, e viene da chiedersi se la gentilezza possa trasformarsi in una strategia per prevenire il conflitto. Si potrebbe anche pensare che arrivi a escogitare artifici comportamentali derivati da opportunismo ed esperienza, per ragioni che esulano dal pensiero prevalente sul medico missionario ed empatico. Se questo comportamento fosse finalizzato a contrarre un rapporto che lo protegge da aggressioni medico legali sarebbe una contro narrazione effettivamente distopica, frutto di un sistema incancrenito che porta il medico a cercare di scongiurare quello che è l’effetto di un’esperienza acquisita. Costantino respinge questa interpretazione, distinguendo con nettezza l’empatia dalla medicina difensiva. «Non credo che il motivo per cui un medico debba essere empatico sia quello di prevenire un contenzioso o neutralizzare una possibile aggressione. Questa può essere una delle tante conseguenze positive dell’essere empatici e gentili, ma non può essere la ragione per cui si decide di comportarsi in questo modo. Porsi in modo empatico davanti al malato può certamente proteggere dalle incomprensioni e quindi anche dalle conseguenze che possono derivarne, ma il punto è un altro: l’empatia deve appartenere al modo in cui il medico vive la propria professione. Se diventa una strategia applicata razionalmente per proteggersi, perde gran parte del suo significato».

La differenza è sottile ma fondamentale: l’empatia può proteggere dalle incomprensioni, ma non si dovrebbe essere empatici per proteggersi, altrimenti la relazione con il paziente si riduce a una tecnica, quasi a una procedura di sicurezza. Vale lo stesso principio che regge la medicina difensiva in senso più ampio, quella del medico che prescrive un esame non perché lo ritiene necessario ma perché teme ciò che potrebbe accadere in futuro, e che finisce per modificare il proprio comportamento clinico in funzione della propria tutela. La relazione con il paziente non può seguire la stessa logica.

L’empatia si può insegnare: oppure no?

Se l’empatia non è soltanto una dote naturale, la conseguenza è inevitabile: può essere oggetto di formazione. Non è una materia semplice da insegnare, perché non basta spiegare a un medico che cosa significhi essere empatico, e servono invece esperienze capaci di cambiare il modo in cui guarda il paziente e, forse, anche il modo in cui guarda se stesso. «Molti studi mostrano che l’empatia si può insegnare. Per questo penso che nella formazione della medicina d’emergenza, ma più in generale nella formazione medica, debba trovare spazio anche la medicina narrativa: leggere, ascoltare musica, vedere film, andare alle mostre non sono attività aggiuntive, ma possono essere strumenti necessari per costruire un rapporto migliore con il paziente, per dialogare meglio e anche per avere un rapporto migliore con se stessi e con la propria professione. Quasi tutti quelli che scelgono medicina partono da ideali importanti e dal desiderio di fare qualcosa di buono. Poi, negli anni, anche durante l’università, la frustrazione può farli perdere. Tornare in contatto con il proprio vissuto, con le speranze e con le aspettative con cui si è iniziato questo percorso è fondamentale», afferma il professor Costantino. Medicina narrativa, cinema, musica, lettura e arte entrano così in gioco non come attività decorative ma come strumenti per rimettere il medico in contatto con quella parte della professione che rischia di consumarsi sotto il peso della routine. Il punto è delicato, perché un medico può conoscere alla perfezione la patologia che sta trattando e, allo stesso tempo, perdere a poco a poco la capacità di ascoltare la persona che quella patologia la sta vivendo: la competenza tecnica resta, mentre la relazione si impoverisce.

Non basta un corso per diventare empatici

Naturalmente anche la formazione sull’empatia rischia di ridursi a un esercizio formale, perché un corso, una lezione o una giornata dedicata alla medicina narrativa non bastano da soli a modificare il comportamento di un professionista, e per essere efficace la formazione deve lasciare una traccia. È il motivo per cui, nella scuola di specializzazione raccontata da Costantino, la medicina narrativa viene costruita attraverso incontri ed esperienze che escono dalla tradizionale lezione frontale, con l’obiettivo di creare uno spazio in cui gli specializzandi possano confrontarsi con storie, emozioni e situazioni lontane dalla routine clinica. Il valore di queste esperienze sta proprio nella possibilità di immedesimarsi, cambiare prospettiva e interrompere per un momento gli automatismi del mestiere, perché la medicina non è soltanto lo studio della malattia ma anche il confronto quotidiano con persone che hanno paura, soffrono, chiedono spiegazioni e spesso non capiscono i limiti del sistema in cui si trovano.

Il vero medico oltre DOC

La domanda con cui ricomincia DOC è allora più interessante di quanto sembri, perché non si tratta di stabilire se i medici della fiction siano realistici o meno, quanto di capire che cosa chiediamo davvero a un medico quando diciamo che lo vogliamo empatico. Non gli chiediamo necessariamente di commuoversi, né di diventare amico del paziente, e nemmeno di dimenticare la propria professionalità per entrare fino in fondo nella sofferenza dell’altro: gli chiediamo di riuscire a vedere la persona senza perdere la lucidità del medico. È una combinazione difficile, soprattutto in pronto soccorso, ma forse è proprio questa la distanza più interessante tra la medicina della televisione e quella reale. DOC può permettersi di raccontare l’empatia come una caratteristica quasi naturale, mentre la medicina vera deve costruirla ogni giorno, dentro tempi stretti, pressioni, stanchezza e conflitti. E forse la provocazione finale è proprio questa: l’empatia non nasce soltanto dal cuore, può nascere anche dal cervello, dall’esperienza e dalla capacità di imparare a stare davanti all’altro, diventando una competenza senza perdere la sua dimensione umana. Un medico può persino avere bisogno di una corazza, purché sappia ancora quando toglierla. In televisione sembra semplice. In corsia è una delle cose più difficili da imparare e da fare.