Si chiamava Trattoria Anna in omaggio ad Anna, la moglie del titolare. Era romena e indossava calze contenitive color carne. Ai piedi zoccoli in gomma. Sovrappeso, capelli scarmigliati, si muoveva annoiata e silente per il locale, due sale dall’olezzo sgradevole e dall’arredamento fatiscente, tv sempre accesa. Meglio sedersi all’esterno: tavoli e sedie in plastica rossa e tovaglie di carta. La piccola corte si snodava a triangolo: un triangolo in cemento nascosto dietro a una curva in pendenza. Ai lati due stradine che deviano da quella principale. Il perno della storia, però, è il titolare. Francesco. Campano, accento marcato, sulla sessantina, pingue, stanco, apparentemente silenzioso. Un factotum: serviva le pessime pizze e gli stomachevoli manicaretti che lui stesso cucinava. La trattoria era sempre vuota eppure non ricordava mai il mio nome né quello di Mauro. Per noi era sacrale tradizione: il giorno dopo la grigliata, sfatti dai bagordi, pranzavamo in trattoria. Essenzialmente per ridere. E Francesco, silenzioso solo in apparenza, finiva in un profluvio di parole incomprensibili.
Pensavo fosse un camorrista esiliato.
La prima volta in cui ci capitammo, ci raccontò orgoglioso che smerciava Zizzone di Battipaglia all’intera valle. Ci mostrò elettrico un video in cui tagliava una figliata: è una gigantesca Zizzona che sprigiona altre mozzarelline e siero lattiginoso. «Ve la procuro, la volete?». L’altro perno della storia sono le pizze di Francesco. Impasto rivedibile, lievitazione inesistente, cottura aleatoria. E farciture deliranti. Mauro ordinò la carbonara, certo non una rarità. Non fosse che arrivò una pizza con un piatto di spaghetti scotti spiattellato sopra. Poi la margherita Vesuvio, ovvero doppia: oplà, letteralmente una sopra l'altra. E la pizza Anna, che spiega molto: salame, cipolle, cotto, wurstel e brie. Proponeva anche piatti e panuozzi. Non li sperimentammo. Bastavano la pizza e le nostre risate un po' stronze. Ma Francesco ne era lieto e ci offriva il suo arancello al peperoncino, spropositatamente piccante.
La sera di una giornata strana sbucai in auto dalla curva in pendenza. C’era il triangolo in cemento, ma non l’insegna né le luci. La Trattoria Anna aveva chiuso. Provai tristezza. La stessa che provò Mauro. Era evaporata una lisergica nicchia di vita. Curiosai su Facebook e la storia si fece tristissima. Poche righe, tutte in maiuscolo: «Trattoria Anna chiude perché mia moglie è deceduta. Ringraziamo tutti i clienti e i pochi amici del paese». Francesco, Anna la amava davvero.