La crisi yemenita rischia di trasformarsi nel nuovo fronte della guerra che sta ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente. Alla Casa Bianca è tornata sul tavolo l’ipotesi di colpire direttamente gli Houthi, mentre l’Arabia Saudita aumenta la pressione su Washington e chiede un intervento più deciso contro il movimento sostenuto dall’Iran. Ma ai vertici militari americani non tutti sono convinti che aprire un’altra campagna sia la scelta giusta.A ricostruire il confronto in corso nell’amministrazione Trump è NBC News, sulla base delle informazioni fornite da due funzionari statunitensi. Il nodo riguarda la risposta da dare all’improvvisa accelerazione delle operazioni degli Houthi, che nelle ultime settimane hanno aumentato la pressione militare sull’Arabia Saudita e rafforzato la propria posizione nello Yemen. A preoccupare Riad sono soprattutto due sviluppi. Il primo è il presunto abbattimento di un caccia F-15 saudita. Il secondo è l’avanzata delle forze Houthi verso la provincia di Marib, territorio fondamentale per il futuro dello Yemen perché ospita alcune delle maggiori riserve di petrolio e gas del Paese. Un’eventuale conquista dell’area modificherebbe ulteriormente i rapporti di forza sul terreno e consegnerebbe al movimento una leva economica e strategica ancora maggiore. È in questo scenario che Mohammed bin Salman avrebbe chiesto direttamente l’intervento americano. Secondo un funzionario citato da NBC News, fino a pochi giorni fa Donald Trump avrebbe mostrato scarso interesse per una nuova operazione contro gli Houthi. A cambiare il quadro sarebbe stata una telefonata ricevuta giovedì dal principe ereditario saudita.

Il messaggio di Riad sarebbe stato particolarmente netto: l’Arabia Saudita non sarebbe in grado di gestire da sola l’escalation. La richiesta sarebbe arrivata dopo gli attacchi contro infrastrutture saudite, il presunto abbattimento dell’F-15 e le minacce rivolte dagli Houthi al comparto energetico yemenita. Dopo il colloquio, Trump avrebbe incaricato i vertici militari di aggiornare immediatamente le opzioni disponibili per un’eventuale campagna di attacchi. Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, avrebbe quindi convocato una riunione d’emergenza al Pentagono, rinunciando anche a un viaggio previsto a Copenaghen per incontrare i vertici della difesa dei Paesi della NATO. Sul tavolo sarebbero finite diverse ipotesi operative, costruite con due obiettivi principali: degradare le capacità militari degli Houthi e arrestarne l’avanzata sul territorio yemenita. Secondo la fonte americana citata dall’emittente, il Pentagono dispone già nell’area delle risorse necessarie per intervenire qualora arrivasse l’ordine presidenziale. Il problema è che proprio sull’opportunità di impartire quell’ordine si sarebbe aperta una spaccatura all’interno dell’apparato militare.

I dubbi del Pentagono

Una parte dei comandanti ritiene che gli Stati Uniti debbano evitare di aggiungere un nuovo fronte a quelli già aperti nella regione. Le preoccupazioni riguardano soprattutto la disponibilità di armamenti difensivi e di sistemi a lungo raggio, indispensabili in uno scenario nel quale Washington è contemporaneamente impegnata nel confronto con l’Iran e nella protezione delle principali rotte marittime. C’è inoltre un elemento che pesa sulle valutazioni del Pentagono: al momento gli Houthi non starebbero attaccando direttamente le navi americane. Per i contrari all’escalation, quindi, un’offensiva potrebbe trasformare nuovamente le forze statunitensi in un bersaglio. La posizione opposta parte invece dalla necessità di sostenere l’Arabia Saudita. Secondo gli ufficiali favorevoli all’intervento, gli attacchi contro il regno e il presunto abbattimento del caccia renderebbero necessario un segnale militare americano. Alcuni comandanti avrebbero inoltre espresso privatamente il timore che una mancata risposta possa essere letta a Riad come un progressivo disimpegno degli Stati Uniti nei confronti di uno dei loro principali partner regionali.

Quanto l’opzione militare sia stata concretamente presa in considerazione emerge da un altro passaggio della ricostruzione di NBC News. Trump avrebbe inizialmente ordinato di cominciare gli attacchi contro gli Houthi intorno alle 17 di domenica, ora della costa orientale degli Stati Uniti. Poco dopo le 14, però, ai militari sarebbe arrivata la comunicazione che l’ordine era stato cancellato. Il dietrofront non significherebbe tuttavia che l’ipotesi sia stata definitivamente archiviata. Ulteriori operazioni resterebbero infatti in discussione. Ad aumentare la cautela contribuisce il rischio di un effetto domino. Un alto ufficiale americano presente nella regione avrebbe avvertito che una campagna nello Yemen potrebbe accrescere i pericoli per le truppe statunitensi e complicare le missioni collegate alla guerra con l’Iran, a cominciare dal dispositivo navale americano e dalle operazioni intorno allo Stretto di Hormuz. Lo stesso comandante avrebbe comunque assicurato che gli Stati Uniti possiedono le capacità necessarie per condurre contemporaneamente le diverse missioni, adottando misure per limitarne i rischi. Washington, peraltro, sta già sostenendo Riad. L’assistenza comprende lo scambio di informazioni d’intelligence, la pianificazione delle operazioni, consiglieri militari che affiancano le forze saudite e un supporto logistico. L’Arabia Saudita considera però insufficiente questo livello di collaborazione e continua a chiedere un coinvolgimento americano più ampio, compreso il sostegno alle operazioni offensive contro gli Houthi.

Nel frattempo la situazione sul terreno continua a deteriorarsi

Durante il fine settimana il movimento yemenita ha dichiarato di aver lanciato missili e droni contro obiettivi a Riad e contro un impianto della compagnia petrolifera Aramco a Yanbu. La coalizione guidata dai sauditi ha annunciato di avere intercettato e distrutto un missile balistico diretto verso la capitale, accusando gli Houthi di prendere di mira la popolazione e le infrastrutture civili. Ma è sul mare che la crisi assume una dimensione ancora più ampia. Gli Houthi hanno preso il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, passaggio fondamentale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. La sua importanza è ulteriormente aumentata perché lo Stretto di Hormuz è rimasto in larga parte bloccato durante la guerra con l’Iran. Per Riad significa vedere contemporaneamente sotto pressione due delle arterie marittime più importanti per i propri interessi economici e strategici. Bab el-Mandeb rappresenta infatti una via essenziale per le rotte che collegano l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e, attraverso Suez, il Mediterraneo. Il nuovo scontro rischia inoltre di cancellare definitivamente il fragile equilibrio costruito negli ultimi anni. Nel 2022 era stata raggiunta una tregua tra gli Houthi e il governo yemenita riconosciuto dalle Nazioni Unite. L’accordo aveva ridotto l’intensità della guerra senza riuscire a risolverne le cause. Lo scorso anno era stato invece Trump ad annunciare un cessate il fuoco con gli Houthi dopo settimane di bombardamenti americani. Washington aveva interrotto gli attacchi e, in cambio, il movimento yemenita aveva cessato le operazioni contro le navi degli Stati Uniti. Ancora all’inizio di settembre il presidente americano aveva parlato dell’esistenza di contatti tra la sua amministrazione e gli Houthi, senza spiegare nel dettaglio natura e obiettivi dei colloqui.Adesso quell’equilibrio appare sempre più precario. Da una parte Riad chiede agli Stati Uniti di intervenire prima che l’avanzata degli Houthi produca un ulteriore cambiamento degli equilibri nello Yemen. Dall’altra, una parte dei vertici militari americani teme che l’apertura di un nuovo fronte possa allargare ulteriormente una guerra regionale già difficile da contenere. La decisione finale spetta a Trump. E il fatto che un ordine d’attacco sia stato prima impartito e poi revocato mostra quanto il confronto all’interno dell’amministrazione sia ancora aperto. Secondo NBC News, nuove operazioni militari rimangono tra le possibilità considerate da Washington. La Casa Bianca e l’ambasciata saudita non hanno risposto alle richieste di commento dell’emittente, mentre il Pentagono ha preferito non pronunciarsi.