È ormai scontro aperto tra Stati Uniti e Ucraina dopo la decisione di venerdì di Trump di sospendere le sanzioni russe sul gasolio. Il presidente Zelensky ha scritto sui social che l’attacco di ieri a Zaporizhzhya, che ha provocato la morte di 17 persone tra cui tre bambini, è il «ringraziamento russo», sottolineando come il bombardamento dimostra che «qualsiasi allentamento della pressione viene interpretato da Mosca come un via libera per continuare a combattere e a sganciare bombe sulle città».

«Servono segnali diversi» ha aggiunto Zelensky a cui è arrivato il sostegno incondizionato di alcuni leader europei, tra i quali quello più esplicito del presidente francese Macron. Ma secondo Trump l’unico segnale «diverso» che potrebbe arrivare è proprio che Zelensky si faccia da parte. «È arrivato il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente che stringa un’intesa», ha detto chiedendosi «per quale ragione Zelensky non fa mai una». Secondo Trump, il presidente ucraino «avrebbe avuto molte occasioni, ma vuole solo creare problemi colpendo le raffinerie».

Il nervosismo è tangibile, tanto più che in un articolo di retroscena il Financial Times ha rivelato come durante le trattative di venerdì gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, avevano prospettato la possibilità di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence qualora Kiev non smettesse di bombardare le raffinerie russe come espressamente richiesto dall’Amministrazione americana. Quegli attacchi tuttavia sono quelli che hanno permesso all’Ucraina di invertire le sorti del conflitto rendendo sempre più problematica l’avanzata russa, per cui è difficile che Kiev ci rinunci senza che Mosca faccia altrettanto. La linea ucraina si è poi concretizzata poche ore dopo, e dopo l’annuncio di Trump, con un attacco di droni al terminal petrolifero di Yug Rusi, a Rostov sul Don.

Sebbene Witkoff su X abbia poi definito «produttivi» i colloqui di Miami, secondo fonti del Ft sarebbero stati un disastro, tanto che Kiev ha partecipato a quelli di ieri con una delegazione assai ridotta, mentre gli inviati americani saranno a Mosca nei prossimi giorni. I media ucraini parlano di una delegazione colta di sorpresa ma, secondo Axios, Trump aveva già chiesto all’Ucraina per ben sei volte di interrompere gli attacchi alle raffinerie russe, senza tuttavia ottenere alcun risultato. Un funzionario vicino alla presidenza assicura che questo atteggiamento avrebbe danneggiato il rapporto favorevole che Zelensky aveva instaurato con Trump negli ultimi mesi.

L’ACCORDO In base all’accordo, la Russia fornirà immediatamente 300.000 tonnellate di gasolio agli Stati Uniti e al mercato globale, seguite da 500.000 tonnellate a novembre e da un ulteriore milione di tonnellate poco dopo. Negli Usa il prezzo medio di un gallone di gasolio è attualmente a 6,23 dollari (1,5 euro al litro) quando prima della guerra in Iran e degli attacchi ucraini alle raffinerie russe era di circa 3,50 dollari (0,85 euro al litro). L’accordo con la Russia tuttavia potrebbe rivelarsi insufficiente e soprattutto tardivo in vista delle elezioni che si terranno tra meno di un mese, specie perché i volumi maggiori arriveranno dopo il voto, mentre nella fase più calda della campagna verrà rilasciato poco.

I GUAI EUROPEI Per l'Europa, dove il diesel costa già più che negli Usa (2,25 euro al litro), la situazione potrebbe addirittura peggiorare.
Perché il mercato è cortissimo, se lo tiri da una parte, si scopre dall'altra: Hormuz è semi-bloccato dalla guerra in Iran, le raffinerie russe esportano il 42% in meno rispetto a un anno fa, le scorte globali sono ai minimi. In questo contesto l'accordo Trump-Putin non aggiunge offerta, la sposta. La Russia ha poco diesel da vendere: se lo dirotta con licenza diretta verso gli Usa, quel poco non alimenta più il circuito globale che oggi porta diesel mediorientale e americano in Europa. Il pool si restringe e l'Europa deve contendersi con l'Asia le stesse tonnellate mediorientali, pagandole di più, con le riserve strategiche già intaccate dal rilascio di 100 milioni di barili chiesto da Washington. Eppure politicamente l’Europa non può certo indietreggiare. La Commissione ieri ha garantito che «l’Ue sta riducendo la propria dipendenza dai combustibili fossili russi e continuerà a farlo con determinazione». Il problema è che ci sono Stati europei, come Cipro, la Grecia e l’Irlanda (presidente di turno della UE), dove il riscaldamento dipende in gran parte dal gasolio. Per non parlare dell’agricoltura e del trasporto merci.