«Credo che i giovani oggi abbiano bisogno di riscoprire Antonino Guareschi». Queste le parole che La Stampa attribuisce a Giuseppe Zeno, l’attore che interpreta Guareschi nel film che andrà in onda domenica su Rai1. Magari riscopriamolo con il suo vero nome che era Giovannino (non Antonino). Questo piccolo infortunio conferma che l’inventore di Don Camillo e Peppone è proprio destinato all’incomprensione.

Il film, intitolato appunto Giovannino Guareschi non muoio neanche se mi ammazzano, è un tentativo di riportare all’attenzione uno scrittore i cui libri sono stati tradotti in più di cento lingue e hanno venduto molti milioni di copie. La sua è – a quanto pare - l’opera italiana più tradotta nel mondo, testa a testa con Pinocchio di Carlo Collodi (poi viene Il Nome della rosa di Umberto Eco). Guareschi fu perfino candidato al Nobel per la Letteratura e si resta allibiti nel constatare come poi è rimasto ai margini per decenni. Ignorato dai media e dal mondo accademico o intellettuale. Meritoriamente, con l’attuale ministro dell’istruzione Valditara, nelle indicazioni nazionali sui programmi, fra gli scrittori consigliati agli studenti è stato inserito anche Guareschi (insieme ai soliti immancabili Cassola, Moravia, Pratolini eccetera). Finalmente. Ma ancora più sconcertante è stata (ed è) la sua assenza nella cultura cattolica ufficiale (che è cosa diversa dalla cultura cattolica popolare).

Proprio in questa rubrica, di recente, ho parlato del volume (832 pagine) intitolato La preghiera nella letteratura italiana (IPL) dedicato “all’arcivescovo Mario” (Mario Delpini, di Milano) e realizzato da più di settanta studiosi sotto la direzione di alcuni docenti dell’Università Cattolica di Milano e del prefetto emerito della Biblioteca Ambrosiana. Parla della preghiera nella letteratura italiana e, quando si arriva al Novecento, fra i vari autori, manca del tutto il nome di Guareschi i cui libri si possono ritenere incentrati proprio sulla preghiera (il continuo dialogo fra Don Camillo e il Crocifisso). E si tratta di preghiera nel senso più profondo. Il card. Giacomo Biffi, nel libro Pinocchio, Peppone, l’Anticristo, ha scritto: «Càpita di scoprire in questi racconti folgorazioni teologiche degne dei più profondi pensatori cristiani».
Qui tocchiamo un punto critico anche del film su Guareschi. Infatti è stato notato, anche dal giornale dei vescovi, che è «quasi del tutto assente il suo profondo cristianesimo». Il regista (e sceneggiatore) Andrea Porporati ha dato una risposta pessima, improntata al politicamente corretto: «Volevamo che il film fosse universale. Insistere sulla fede avrebbe fatto piacere ai cattolici, ma, magari, avrebbe potuto dispiacere a qualcun altro».

Difficile trovare un concetto più anti guareschiano di questo perché proprio Guareschi è un esempio, più unico che raro, di giornalista e scrittore che non ha mai inseguito il facile applauso al prezzo della verità. Non ha mai voluto piacere a tutti. Non temeva di dispiacere. Non ha mai lisciato per il verso del pelo l’opinione dominante, ma è stato ruvido e duro perfino con chi era dalla sua parte.

Quella del regista è anche una risposta culturalmente assurda. Perché un’opera non diventa universale quando cancella le cose divisive e vuol piacere a tutti (si consideri il caso sommo: la Commedia dantesca). Il successo dei libri di Guareschi (e dei film) dimostra che diventa universale ciò che è autentico, anche se racconta un “mondo piccolo”, particolare e assai polarizzato e conflittuale.

Del resto Gesù Cristo, colui che dall’altare della chiesina del paese è protagonista dei racconti di Guareschi, non ha mai voluto piacere a tutti, anzi ha detto esplicitamente di essere una spada che divide, avanzando la pretesa inaudita di essere Dio. Non a caso è morto in croce a trent’anni. Da duemila anni suscita la più grande divisione perché è il “segno di contraddizione” (Lc 2,34), eppure nessuna storia è più universale e amata della sua. Lo mostra anche il “Mondo piccolo” di Guareschi.

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