«Vannacci sarà il nostro De Gaulle». Quando il generale chiama, pure Mario Borghezio risponde all’appello con slancio: «Agli ordini, generale!». Abile e arruolato. L’inarrivabile leader galvanizza perfino l’ex europarlamentare leghista più pirotecnico di sempre: «Può dare ancora molto». E la settantottenne recluta si lancia nell’impegnativo paragone con il mitologico parigrado diventato presidente francese. «Vasto programma», per citare la fulminea battuta dello stesso Charles De Gaulle. L’avanzata di Roberto Vannacci, comunque, resta travolgente. Dieci per cento nei sondaggi: il traguardo sembra ormai imminente. Oltre centomila tesserati: più di Lega o Forza Italia. Innumerevoli politici chiamati alle armi: da scatenati in carica a indomiti deposti.

Il militare ama le metafore belliche. Sovviene però anche l’appassionata radiocronaca della Cuneo-Pinerolo in onore di Fausto Coppi: «C’è un uomo solo al comando». Lui. Ha creato Futuro nazionale lo scorso febbraio, dopo il polemico addio alla Lega. Sei mesi più tardi, tutta la politica italiana è costretta a fare i conti con l’ex incursore. Si voterà l’anno prossimo e Vannacci organizza le truppe. I partiti personali di successo portano spesso rogne, come la salita sul carro del vincitore demoscopico. Dietro la collina, ci sono anche gli ascari. Altrove il destino sembra uno sparo a salve? Il generale invece non sbaglia un colpo. Con la baionetta in canna accorrono valorosi e mercenari, scontenti e trombati, eroici e furbacchioni, colonnelli e fanti. Insidioso, certo. Eppure inevitabile. Bisogna crescere ovunque, partendo dal nulla.

Dalla “sporca dozzina” ai colonnelli in Parlamento

Il diabolico generale, piuttosto che profondere improbabili lodi, spariglia: «I miei compagni di partito sono i rifiuti degli altri. E a me sta bene. Voglio la sporca dozzina». Come il titolo del celebre film hollywoodiano su un manipolo di reietti che vuole eliminare gli ufficiali nazisti. Quello che altrove sconquassa, nella ridotta fa curricula. Emanuele Pozzolo, «il deputato pistolero» cacciato dall’esercito meloniano, finisce fuori strada con qualche bicchierino di troppo in corpo? Inezie. Giuseppe Barboni, manager del lusso e militante, aggredisce un immigrato molesto? Basta uno scappellotto. Luca Carleo, imprenditore e responsabile di Futuro nazionale in Lombardia, viene indagato per frode? Avanti un altro. E comunque, il generale l’aveva detto. Sono la sporca dozzina, mica gli appassiti gigli del Campo largo.

Brutti, sporchi e cattivi. In Parlamento il capo può contare su otto colonnelli. Il più ascoltato è il pisano Edoardo Ziello, ex salviniano. Deputato dal 2018, indica la direzione ai futuristi in servizio permanente ed effettivo nella Capitale: legge elettorale, anti europeismo, sovranità energetica. Ultima prodezza: il cappio sventolato in Aula, nostalgica rievocazione dei primordi leghisti, contro il fondo dell’Ue per il riacquisto di armi. Ziello è il tesoriere del partito. Ruolo decisivo. Tra marzo e giugno Futuro nazionale ha raccolto quasi 350 mila euro. Contribuiscono alla causa aziende di vari settori: costruzioni, agroalimentare, servizi. Tra i munifici, c’è la Compagnia petrolifera piemontese: 30 mila euro. In passato ha finanziato Giovanni Toti, ex governatore ligure. Ancora più generosa è Esicompany: 40 mila euro. Ma il supporter più noto resta certamente Lorenzo Ruzza, gioielliere influencer: un obolo di cinquemila euro. Al momento, in attesa delle campagne elettorali, non ci sono grandi spese da affrontare. Anche le sedi sono concesse in comodato gratuito dai simpatizzanti. Se ne occupa lo stesso Ziello, che è pure responsabile organizzativo del partito.

La più mediatica e trasversale della pattuglia capitolina è un’altra transfuga leghista: l’onorevole Laura Ravetto, fu appassionata berlusconiana e sottosegretaria. Ex moglie del deputato piddino Dario Ginefra, guida la falange dei dialoganti. Già, meglio governisti o intrepidi? Il generale assicura di non volere far vincere la sinistra, ma non perde nemmeno occasione per polemizzare. Soprattutto con Forza Italia, che a Bruxelles fa parte del Partito Popolare Europeo. E proprio i popolari sono il bersaglio prediletto dell’europarlamentare: a partire dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

La marcia sui territori tra Nord e Sud

Nell’attesa di battaglie decisive in patria, il reclutamento prosegue. Si vocifera di nuovi ingressi a Montecitorio e Palazzo Madama. Del resto, le elezioni si avvicinano e il timore di non venire rieletti aumenta. Per tanti leghisti e meloniani la ricandidatura è un miraggio. Il generale, invece, ha ancora bisogno di audaci volenterosi.

Ma è sul territorio che accorrono frotte di sedotti o abbandonati. Il generale fa rotta soprattutto sulla Padania, battendo sull’emergenza sicurezza. Prima arruola al Pirellone due consiglieri regionali: Luca Ferrazzi, eletto nella lista Moratti, e Pietro Macconi, ultracattolico fuoriuscito da Fratelli d’Italia. Poi, chiama alle armi l’ex candidato sindaco del centrodestra a Milano: Luca Bernardo, stimato primario di pediatria al Fatebenefratelli. Non esattamente dei facinorosi. Buona e pragmatica borghesia, piuttosto.

Alle ultime amministrative Futuro nazionale non ha corso. Partito appena nato. Rischio di inutili figuracce. Ora però incombono le comunali. E stavolta il generale si muove con largo anticipo. Nel 2027 si voterà nelle città italiane più importanti. La tornata potrebbe essere accorpata alle politiche, con Vannacci a far da traino per i prescelti. A Milano annuncia dunque un imminente candidato, mentre il centrodestra fatica a trovare un nome condiviso. Futuro nazionale vuole anticipare i tempi, per rivendicare solerzia e decisionismo. Solita storia, però: il generale finirà per favorire gli avversari? Il capoluogo lombardo si avvia a chiudere il controverso decennio di Beppe Sala. Con un aspirante sindaco vannacciano, la difficile riscossa diventerebbe un’impresa disperata.

Dal piano per Padova all’asse romano con Alemanno

Anche a Padova si vota nel 2027. E Futuro nazionale ha già presentato uno scoppiettante piano di ben ottantasei pagine per la «riconquista» della città del Santo: ronde a cavallo, droni sui quartieri pericolosi, panchine retrattili, irrigazioni anti bivacchi. Il Veneto, ex protettorato leghista, è la regione dell’avanzata più impetuosa, sia per iscritti che comitati. Il proconsole vannacciano è il veronese Stefano Valdegamberi, consigliere regionale arrivato dal Carroccio. È lui a occuparsi dell’incessante arruolamento: amministratori disposti a cambiar casacca, ma soprattutto pletore di ex politici locali.

E poi la Toscana, inevitabilmente. Vannacci vive a Viareggio con la moglie e le due figlie. Non a caso, il suo vice è della zona: l’altro consigliere regionale, Massimiliano Simoni, coordinatore nazionale del partito. Imprenditore edile ed ex sottufficiale, anche lui vanta un passato da parà della Folgore. Nel 2023 si candida sindaco di Pietrasanta con l’appoggio del partito meloniano. Un anno dopo coordina la campagna elettorale dell’autore del Mondo al contrario, allora in corsa con la Lega. Annamaria Frigo, poi: consigliera comunale a Bagni di Lucca, già meloniana e leghista, imprenditrice nel settore dell’estetica. È la responsabile nazionale del fortunato tesseramento.

A Roma il più illustre rappresentante della sporca dozzina è Gianni Alemanno: già ministro e sindaco, rimane il nostalgico leader della destra sociale. Nel 2022 rompe con Fratelli d’Italia. Fonda il movimento sovranista Indipendenza, che lo scorso marzo confluisce in Futuro nazionale. Condannato a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite, esce da Rebibbia lo scorso 24 giugno. La sera stessa si attovaglia con il generale in un ristorante sardo di Roma Nord. Comunque vada, sarà lui a scegliere l’aspirante sindaco nella Capitale. Con l’inconfessabile speranza, malignano i beninformati, di far perdere il candidato meloniano. Al Sud invece si distingue l’arrembante Calabria, dove regna il deputato Domenico Furgiuele. Qui si consuma però la prima plateale rivolta. Seicento tesserati, un mese fa, accusano i «soliti profeti». Lasciano il partito, lamentando scarsa meritocrazia. «Vogliono tutelare solo la sporca dozzina». A dire il vero, è già un’armata.

Resta solo il dubbio: brancaleonesca o ardita?