Nel 2007 un giovane agente immobiliare di Chicago paga pochi dollari per alcune scatole a un’asta di oggetti smarriti. Dentro ci sono migliaia di negativi. John Maloof li guarda uno a uno: donne che sorridono, bambini che corrono, vecchi che camminano nel vento. E ogni tanto una donna riflessa — in una vetrina, in un vetro, in un’ombra. Il nome arriva dopo.
Quella donna si chiamava Vivian Maier e faceva la tata. Muore nel 2009, a ottantatré anni, senza sapere di essere diventata una delle fotografe più amate del secolo che aveva attraversato. Senza sapere di aver fermato per sempre il respiro delle persone che ritraeva.
La tata di Chicago con la Rolleiflex al collo
Torniamo agli anni Cinquanta. Ha trent’anni, cammina per le strade di Chicago con la Rolleiflex appesa al collo, un cappello scuro in testa e il passo di chi non deve arrivare da nessuna parte. Guarda tutto: il riflesso del cielo nei vetri dei negozi, le scarpe dei passanti, le espressioni distratte. Fotografa senza essere vista, come se il mondo appartenesse solo a chi lo osserva in silenzio. Come se i pezzi di mondo sparsi per le strade e incarnati dalle persone fossero roba sua.
Di mestiere vive nelle case degli altri e si occupa dei figli altrui. Le sue fotografie stanno in scatole chiuse, stipate in soffitte e garage: rullini che nessuno stampa. Nelle famiglie che la ospitano nessuno immagina di avere in casa una delle grandi fotografe del Novecento.
Un archivio di negativi mai sviluppati
Accumulare è il suo modo di respirare: pellicole, ritagli, giornali, vestiti, biglietti. Non butta via niente, come se in ogni oggetto ci fosse una briciola di senso. Una vita che diventa archivio, un labirinto di frammenti, stanze piene di memorie che non ha vissuto fino in fondo. Tiene con sé ogni cosa, tanto che si racconta di pavimenti piegati sotto il peso delle cataste di giornali. Tanto da essere ritenuta una persona instabile.
Le foto di Vivian Maier: periferie, facce comuni, gesti qualunque
La sua stabilità è la gente. Cerca schegge di normalità, di umanità: volti, sorrisi, espressioni vere, colte nella verità dell’esistenza. Donne che fanno la spesa, bambini che giocano nei cortili polverosi, uomini seduti davanti alla porta di casa, signore che si sistemano la calza con un gesto rapido e inconsapevole. Ama le periferie più dei centri, le facce comuni più delle celebrità, i momenti qualunque più delle occasioni importanti. La sua street photography sta tutta lì, in una città attraversata a piedi. Fotografa la vita com’è: sfocata, sbilenca, bellissima. Instabile.
E fotografa se stessa per darsi uno spazio. Uno specchio, un vetro: gli autoritratti di Vivian Maier sono decine, e in nessuno cerca lo sguardo di qualcuno. Vivian fotografa Vivian. Magari per assistere alla propria esistenza.
I selfie prima dei selfie
Oggi l’immagine è soprattutto esibizione. Lei pratica il contrario: la fotografia come sottrazione, come prova di una normalità che diventa straordinaria. A guardare i suoi scatti viene da pensare che fotografasse per non scomparire, e c’è qualcosa di profetico in quel bisogno di esistere attraverso il riflesso. Un gesto che oggi ha cambiato nome — selfie — e ha conservato l’intenzione. Vivian Maier lo faceva senza chiedere spettatori. Noi, invece, non sappiamo più vivere senza.
Forse, con i suoi scatti e il suo accumulare cose, non voleva conservare il mondo. Solo non perderlo del tutto.